lunedì 21 agosto 2017

C’ERA UNA VOLTA
Fuga di ferragosto con
beffa del nazista Kappler

Storia di arroganza e di complicità oscure. Per sottrarre l’ex comandante del servizio segreto delle SS e della Gestapo a Roma, lui ormai morente, alla condanna simbolo per le azioni compiute in nome del Terzo Reich di Hitler. Dalla deportazione degli ebrei romani alla strage delle Fosse Ardeatine

Corridoi deserti e silenziosi la mattina del giorno di Ferragosto 1977 all’ospedale militare del Celio a Roma. Non sappiamo quanto trafelata o sorpresa, ma circa alle dieci una suora infermiera da l’allarme: uno dei pazienti non si trova più nella stanza e manca anche la moglie che lo assiste. Non si tratta di un paziente comune: è Herbert Kappler, ex comandante del Sicherheitsdienst a Roma (SD, il servizio segreto delle SS), condannato nel 1947 all’ergastolo da un tribunale militare per crimini di guerra come organizzatore ed esecutore dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Essendo stato a capo della polizia tedesca in Italia, Kappler è legato a tutta l’attività svolta dai tedeschi: dall’arresto di Galeazzo Ciano alla liberazione di Mussolini, dalla deportazione di Mafalda di Savoia fino alle stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema. Non si tratta quindi di un nazista qualsiasi, ma del rappresentante plenipotenziario di Himmler in Italia.

 

Kapler vecchio tv sito

 

Gravemente ammalato dal 1976, Kappler era stato trasferito per cure dal carcere militare di Gaeta all’ospedale militare romano: data la particolare situazione clinica – aggravata dal fatto che il paziente rifiutava tutte le terapie ordinarie accettando solo quelle omeopatiche praticate dalla moglie – il regime carcerario era stato ‘sospeso per motivi umanitari’, originando però nello stesso tempo una serie di equivoci e contraddizioni sulle norme di sicurezza e sul trattamento. A tutt’oggi manca una ricostruzione esatta, anche se almeno due inchieste approfondite hanno cercato di ricostruirne i particolari. La moglie – secondo le sue stesse dichiarazioni – approfittando del dimagrimento del malato, lo avrebbe messo in un’enorme valigia e calato dalla finestra con un verricello; avrebbe poi caricato la valigia in auto e superato senza difficoltà il posto di guardia.

 

Più complessa la vicenda del viaggio fino al Brennero, con l’intervento di almeno altri due complici: l’auto della coppia (una Fiat) scortata da un’Audi e da una Mercedes lungo il tragitto in autostrada corre a grande velocità, ma – fuso il motore – il viaggio prosegue con un trasbordo. Nel 2011, in un’intervista rilasciata ad un settimanale italiano, il figlio adottivo di Kappler raccontò infatti di essersi travestito da prete assieme ad un altro complice e di aver seguito l’auto dell’evaso fino a Bolzano, città da cui – a causa del guasto improvviso – il viaggio sarebbe proseguito in treno fino in Germania nei pressi di Soltau. In precedenza, nel 2009, era stato intervistato anche un medico italiano che aveva ammesso di aver visitato il fuggiasco a Roma per conto di un misterioso servizio segreto parallelo che aveva condotto la regia dell’evasione. Lentamente insomma, come in tutte le storie di spionaggio, veniva la conferma che la fuga aveva avuto successo grazie a diverse complicità a vari livelli.

 

fuga 600

 

Tra il 2009 e il 2011 in due libri – scritti rispettivamente da Aldo Giannuli e Stefania Limiti – si è avanzata l’ipotesi che la fuga fosse stata addirittura ‘concordata’ e in aiuto di Frau Kappler fosse intervenuto il misterioso servizio «Anello». L’Italia avrebbe avuto bisogno di compiere un gesto distensivo nei confronti della Germania in vista di un grosso prestito tedesco: bastava solo che nessuno sapesse ‘come’. Una brutta storia italiana come tante altre, in cui il grottesco dei travestimenti e delle situazioni al limite della farsa diventa ancora più offensivo del peggior negazionismo.

Potrebbe piacerti anche