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martedì 19 20 Novembre19

Gli 007 dell’Ecuador
spiano gli ambientalisti

Pedinamenti, fotografie scattate di nascosto alle manifestazioni anti petrolio. Migliaia di email e telefonate intercettate. Spiati conti bancari, debiti e viaggi all’estero dei leader ambientalisti che si oppongono ai piani di trivellazione del governo. Un dossier top secret tutto da scoprire

Pedinamenti, fotografie scattate di nascosto durante le manifestazioni anti petrolio in Ecuador. Ma anche incontri pubblici o per strada. Migliaia di email e telefonate intercettate segretamente. Spiati anche conti bancari, debiti, valore delle auto, viaggi all’estero e partner degli ambientalisti anti trivelle e dei gruppi indigeni ecuadoriani. Tutto questo compone un dossier top secret di quasi 200 pagine, rivelato pochi giorni fa dal quotidiano inglese The Guardian. Una massiccia azione di spionaggio – per lo più illegale, secondo l’avvocato ecuadoriano Ramiro Avilla – condotta dai servizi segreti dell’Ecuador a danno di alcuni gruppi ambientalisti locali.

 

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Nel mirino degli spioni sudamericani ci sarebbero i legami e le connessioni tra Ong No Triv, gruppi indigeni, oppositori politici e possibili fonti di finanziamento estere che mirano a sabotare i piani di estrazione petrolifera del presidente ecuadoriano Rafael Correa. I documenti sembrano provenire dall’agenzia di spionaggio interna, la Secretaría Nacional del Inteligencia (SNA). E dimostrano che le informazioni sono state raccolte tra il 2010 e il 2013. Tra gli spiati anche l’ex ministro del petrolio Alberto Acosta, unito al coro di quelli che chiedono di non violare le riserve del parco nazionale Yasuni in Amazzonia, dichiarato dall’Onu riserva mondiale per la biodiversità.

 

A dare risalto alla notizia è l’organizzazione non governativa Amazon Watch, impegnata nella difesa dei diritti delle popolazioni indigene dell’Amazzonia. Da Londa però l’ambasciatore dell’Ecuador Juan Falconì Puig mette in dubbio l’autenticità di quei documenti e dichiara di volerci vedere chiaro. Al netto delle ragioni tra gli schieramenti appare evidente che tra le due sponde dell’Oceano si sta giocando una pericolosa partita, in cui gli interessi non sono sempre così chiari. La giusta battaglia per la difesa dell’ambiente e contro lo sfruttamento delle riserve petrolifere potrebbe in realtà fare da sfondo ad altri scenari.

 

Uno di questi potrebbe riguardare ad esempio l’interesse della Cina nell’affare dell’oro nero dell’Amazzonia. Già nel 2014, sempre secondo il Guardian, Correa stava negoziando un accordo da un miliardo di dollari con la China Developement Bank. Accordo forse inviso ai cugini Usa, che qualche interesse nella regione l’hanno avuto. È ancora vivo nella memoria degli ecuadoriani il doloroso ricordo del disastro ambientale provocato dalla statunitense Chevron-Texaco tra il 2006 e il 2007. Miliardi di litri di rifiuti tossici scaricati nei corsi d’acqua dell’Amazzonia. E il conto lasciato da pagare all’Ecuador e alle popolazioni indigene della zona.

 

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Ora la questione si riapre, tra l’esigenza di difendere l’ambiente e quella di garantire denaro pubblico per combattere la povertà. Una scelta non facile, visto che le due cose sono strettamente legate. Nelle viscere dello Yasuni si trovano 846 milioni di barili di petrolio (il 20% delle riserve ecuadoriane), per un valore di circa 8 miliardi di dollari. Una cifra importante per un paese che soffre un enorme squilibrio sociale. Rafael Correa lo sa. Ed è per questo che vuole andare avanti nonostante una larga fetta della popolazione – tra il 78 e il 90 per cento – sia contraria al trivellamento nella regione. E nonostante le accuse di spionaggio illegale.

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