L’entusiasmo scatenato nei mass media dall’improvviso intervento ecologista di Barack Obama è straordinario e, per la verità, stupisce parecchio. A lui sono toccati i titoli di testa dei nostri maggiori quotidiani e, soprattutto, dei telegiornali, codini come sempre.
Grandi firme e mezzibusti eccitati hanno fatto a gara – con qualche eccezione – nelle lodi. Peana interminabili senza il benché minimo spirito critico hanno percorso carta stampata, schermi televisivi e social network. E, com’era lecito attendersi, continui anche gli accostamenti a Papa Francesco e alla sua ultima enciclica.
In realtà non è la prima volta che il Presidente americano manifesta tendenze di questo tipo, poiché robusti cenni erano già presenti nel suo programma quando fu eletto per il suo primo mandato, e pure nel secondo ha continuato a battere su questo tasto.
Che il leader della prima potenza mondiale si dimostri sensibile ai temi ambientali è indubbiamente un fatto positivo, se non altro perché assai maggiore è l’influenza che può esercitare rispetto ai verdi italiani ed europei in genere. Eppure c’è qualcosa di stonato nelle sue dichiarazioni.
Per farla breve, l’uscita obamiana ha tutta l’aria di essere uno spot elettorale desinato a favorire la corsa alla Casa Bianca di candidati a lui graditi (o, comunque, meno sgraditi di altri). Non a caso Hillary Clinton, che evidentemente ritiene di avere già la nomination democratica in tasca, ha subito dichiarato che quando sarà Presidente metterà in pratica le proposte del suo predecessore. Forse l’idea che detta nomination potrebbe sfuggirle non la sfiora nemmeno.
Scontate pure le reazioni molto negative dei repubblicani, da sempre vicini alle lobbies industriali e petrolifere, che hanno rimarcato l’impatto negativo che l’attuazione di un simile programma avrebbe sull’economia e i livelli occupazionali americani.
I commentatori italiani, troppo impegnati a lodare Obama, trascurano tuttavia alcuni elementi fondamentali. In primo luogo il Presidente USA, pur volendo dare l’impressione di essere un ambientalista a tutto tondo, spezza più di una lancia in favore dell’energia nucleare. Quella “pulita”, beninteso. Ma pur sempre di nucleare si tratta e, come tutti sanno, non è affatto dimostrato che il nucleare pulito esista, almeno ora.
A differenza dell’Italia che ha in pratica smantellato il suo settore e disperso all’estero buona parte dei cervelli che ne detenevano il know-how, l’America – come hanno fatto alcune nazioni europee – ha continuato a sviluppare centrali atomiche per motivi strategici, vale a dire per svincolarsi sempre più dai Paesi produttori di petrolio.
E a tale proposito, mette conto notare che non v’è cenno nel discorso presidenziale al problema di “shale oil” e “shale gas”, ottenuti mediante procedimenti di estrazione ritenuti dai più assai pericolosi. E’ probabile che Obama li trascuri perché – pericolosi o meno – hanno in ogni caso consentito agli Stati Uniti di essere nuovamente, dopo decenni, una nazione esportatrice di energia.
Non si può infine tacere sul grande consenso internazionale di cui la proposta avrebbe bisogno per avere successo. E’ noto per esempio che i Brics sono diventati Paesi che danno un contributo decisivo all’inquinamento globale. In particolare la Cina, come dimostra l’aria molto spesso irrespirabile delle grandi metropoli come Pechino e Shangai. Ma è plausibile che la RPC sia disposta a rallentare il proprio sviluppo industriale proprio in una fase storica attraversata da tensioni interne, tenute sinora sotto controllo dall’espansione economica? Difficile pensarlo.
L’uscita di Obama ha avuto indubbiamente un grande impatto mediatico, anche perché espressa mediante frasi dal tono messianico tipo “siamo la prima generazione a sentire l’impatto del cambiamento climatico e siamo anche l’ultima a poter fare qualcosa”. All’attuale Presidente va il merito di aver sottolineato con forza la questione ambientale. Ancora una volta, però, ricorre a facili slogan come il celebre “Yes, we can” che tanto contribuì al suo inatteso successo elettorale.