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mercoledì 13 Novembre 2019

Finta condanna a morte
del vero figlio di Gheddafi
(e i 4 italiani prigionieri)

Altra follia libica, un tribunale non riconosciuto di un governo illegittimo emette una sentenza di morte nei confronti di un imputato che sa che non avrà mai tra le mani. La ‘non notizia’ della condanna del figlio di Gheddafi mentre 4 italiani sono prigionieri veri, ma su loro meglio il silenzio

Tra la follia e la farsa. Un tribunale non riconosciuto di un governo illegittimo che emette una sentenza di morte nei confronti di un imputato che non avrà mai comunque tra le mani. La ‘non notizia’ da quel bordello che è la Libia ‘liberata’ da Gheddafi, tiene in pugno i quattro tecnici italiani della Bonatti rapiti la scorsa settimana. Dunque Saif al Islam, secondogenito di Gheddafi, è stato condannato a morte da un tribunale di Tripoli per la repressione della rivolta del 2011. Ma lui non c’è. Stessa sentenza per l’ex capo dell’intelligence al Senussi e l’ex premier Baghdadi al-Mahmoudi.

 

gHEDDAFI JR 600

 

Saif è attualmente in un carcere di Zintan e la milizia che controlla la zona rifiuta di consegnarlo al governo islamista e non riconosciuto di Tripoli. L’ultima volta che Saif era comparso in tribunale è stato il 27 aprile, in video conferenza dalla prigione di Zintan, a 180 km a sud-ovest di Tripoli. Era stato arrestato il 19 novembre 2011 mentre cercava di fuggire in Niger. Contro di lui c’è un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità. Il tribunale di Tripoli allora legittimo aveva assicurato alla Corte Penale Internazionale di poter eseguire in patria un processo regolare ed equo.

 

Nel 2014, in tribunale dell’Aja, verificato il sistema giudiziario libico ha chiesto la consegna di Saif al-Islam Gheddafi per sottoporlo al giudizio dell’arbitrato internazionale. Il problema non è tanto la veridicità della accuse sull’implicazione dei fedelissimi del Colonnello nelle violenze registrate nei mesi della Rivoluzione del 2011. Il problema è l’azione non legittima che appare vendetta e chiama ritorsioni da la parti opposte. Il macello Libia sempre più disarticolato e violento tra estremismo islamici e banditismo di strada che veste le forme di varie milizie territoriali, scafisti compresi.

 

Said Gheddafi al museo di Castel Sant'angelo con accanto Massimo D'Alema
Said Gheddafi al museo di Castel Sant’angelo con accanto Massimo D’Alema

 

Caricatura ultima, la denuncia di ‘processo illegale’ fatta dal ministro della Giustizia del governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale. Col sapore della beffa. Ciò che è oggi diventata la Libia e il gran parte ‘eredità’ dalla strategia del presidente libico col consenso di Stati Uniti e di alcune potenze occidentali. Quando negli 2000 fece della Libia il rifugio dei movimenti estremisti concentrandoli in Cirenaica. Oggi, come spiega Lorenzo Declich, abbiamo di fronte i sopravvissuti del jihadismo storico, dei combattenti in Iraq, di alcuni detenuti della prigione Usa di Guantanamo.

 

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Una sorta di patto sul fronte dei sequestri con i mediatori, quelli ufficiali al ministero Esteri, e quelli veri che sono agenti dei Servizi segreti senza nome e senza volto. Sconosciuti comunque, anche se qualcuno lo conosci, perché il sapere muove la tentazione giornalistica del dire, che in questi casi può significare la morte di innocenti, anche se a volte stupidi. Meglio non sapere per non dire, e se qualcosa sai, riuscire a tacere sapendo che accennare ad ipotesi di scambi può provocarli.

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