Il pomeriggio del 24 luglio 1943 a Roma, secondo numerosi testimoni, fu caldissimo non solo per gli eventi che stavano maturando, ma per l’afa che gravava sulla città: nelle divise di panno nero parecchi gerarchi sudavano sul serio, mentre altri probabilmente sudavano freddo per motivi ben diversi. Più di qualche colletto era per questo slacciato e forse nemmeno tutti i bottoni in perfetto ordine come imponeva il rigido cerimoniale militaresco. La maggioranza dei presenti era comunque armata di pistola e pare che Dino Grandi – come scrisse in seguito nelle memorie – avesse infilato nelle tasche dei pantaloni anche un paio di bombe a mano: non erano quelle scomode ed ingombranti (quanto assai efficienti) chiamate ananas, ma quelle italiane più piccole, di colore rosso brillante e delle dimensioni più o meno di un grosso uovo.
Poiché parecchi tra i presenti alla riunione ne scrissero in seguito il resoconto per esaltare o giustificare il proprio operato o più semplicemente per mettere in pessima luce o ridicolizzare quello altrui, affidarsi oggi a queste ricostruzioni può perfino ingenerare una certa confusione, tanto più che la seduta durò dieci ore. La sola cosa vera e del resto perfettamente credibile fu che sin dall’inizio il clima si mostrò di estrema tensione. Inevitabile che molte tra le frasi pronunciate siano passate alla storia, ma vale la pena di ricordare quella riportata da un grande giornalista come Paolo Monelli, sebbene non presente: dopo l’ascolto dell’atto di accusa rivoltogli, pare che Mussolini abbia detto semplicemente «Decisamente la fortuna mi ha voltato le spalle». E con quella frase ventuno anni di storia italiana si riducevano insomma a un colpo di fortuna.
Ancora più teso fu l’ultimo atto, quello che si sarebbe consumato a villa Savoia il giorno dopo. Il resoconto proviene da un dettagliato memoriale scritto da un generale dei carabinieri: preciso e ricco di particolari che fanno emergere tutti gli stati d’animo, non è privo alla fine di un illusorio senso di sollievo per la rapida conclusione della vicenda. La prima riunione – oggi si direbbe il briefing operativo delle forze dell’ordine – si svolse alle due del pomeriggio del 25 luglio e anche qui, anche se nelle descrizioni manca il caldo afoso, non mancano le frasi storiche: «Vi affido un compito di estrema gravità per il quale so di non fare invano appello al vostro alto senso del dovere». A parlare è un generale davanti ai suoi sottoposti che non battono ciglio nemmeno quando annuncia che l’operazione è prevista «Oggi, anzi tra poche ore…». E così, mentre dalle cucine reali si sentono provenire rumori di stoviglie, i preparativi vanno avanti.
Nel parco della villa è nascosto un plotone di carabinieri pronto ad intervenire, ma non sarà necessario. Terminata l’udienza, uscito nel parco e ormai prossimo a salire sulla propria auto, Mussolini è invitato invece a prendere posto sulla famosa autoambulanza. Dopo uno scambio di battute o meglio di convenevoli surreali di un colloquio imbarazzante – poiché probabilmente tutti dissimulavano una situazione nota o intuita – l’autoambulanza finalmente parte. Oltre al passeggero più illustre ci sono però ben altri nove occupanti tra carabinieri e agenti di polizia: spontaneamente oggi viene da chiedersi come una vecchia auto abbia potuto trasportare dieci persone o peggio quale sorpresa ci avrebbe riservato la storia se l’autoambulanza non fosse mai arrivata alla caserma.