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martedì 19 20 Novembre19

4 italiani rapiti in Libia
Chi sequestra e chi paga

Quattro italiani rapiti nei pressi di un compound dell’ENI nella zona di Mellitah. Sono dipendenti della società di costruzioni Bonatti, che in quest’area della Libia si occupa della realizzazione di infrastrutture energetiche per ENI. Cos’è che vale quei rischi, e chi rapisce e chi poi paga?

Notizie ancora confuse su dinamica e autori del rapimento. I quattro sarebbero stati prelevati ieri mentre stavano rientrando dalla Tunisia’da milizie islamiste che appoggiano il governo non riconosciuto di Tripoli. Secondo Al Jazeera, invece, il rapimento sarebbe opera di ‘Jeish al Qabail, ‘L’esercito delle Tribù’, milizie tribali ostili alla coalizione islamista Alba Libica. Non è da escludere che possano essere state cellule jihadiste dello Stato Islamico o ad Ansar Al Sharia o criminali comuni. Insomma, bisognerà aspettare per vedere chi batterà cassa con l’Aise, i servizi segreti esteri.

 

rapiti bonatti 600

 

Ma quel’è la posta in gioco per affrontare rischi quasi scontati? La società Bonatti di Parma è un grosso ‘contractor’ internazionale che offre servizi di ingegneria per l’industria dell’energia. Lavora in 16 Paesi e ha associate in tutto il mondo. In Libia la Bonatti lavora per l’ENI e per NOC, la compagnia energetica pubblica libica. Bonatti ed Eni restano operative in Libia nonostante l’invito della Farnesina a lasciare la Libia dopo la chiusura dell’ambasciata italiana il 15 febbraio scorso. Un ammonimento scontato rispetto a necessità industriali e petrolifere prevalenti per l’interesse italiano.

 

Eni in Libia è la principale società energetica straniera. Il progetto su cui ha investito maggiormente negli ultimi anni è il ‘Western Libyan Gas Project’, in collaborazione con la NOC. Esportare il gas naturale prodotto in Libia in Europa. L’area in cui opera è nella parte occidentale del Paese, zona meno interessata dai combattimenti e dalle infiltrazioni terroristiche rispetto alla Tripolitania e alla Cirenaica. Il gas naturale esportato da ENI proviene da due giacimenti: Bahr Essalam, sul mare, e Wafa, nel deserto. Il gas estratto attraverso il gasdotto Greenstream viene arriva a Gela, in Sicilia.

 

La raffineria Eni - Noc nella zona di Mellitah.
La raffineria Eni – Noc nella zona di Mellitah.

 

Di fronte al crollo della produzione petrolifera libica, dai picchi di 1,6 milioni del 2011 ai 350mila barili al mese nel dicembre 2014, l’ENI non sembra intenzionata ad abbandonare la Libia. Troppi, gli investimenti effettuati e gli interessi da tutelare per la società e per l’Italia. Questo nonostante i ripetuti allarmi. Il rimpatrio della maggior parte di loro dopo l’attacco del 14 febbraio a un gasdotto che collega i giacimenti di Mesla ed El-Sarir al terminal di Hariga, vicino Tobruk. Gli ultimi eventi hanno dimostrato che gli impianti petroliferi sono tra gli obiettivi principali delle milizie jihadiste.

 

Sul piano politico militare, appare sempre più scomoda la posizione del generale Khalifa Haftar, il comandante dell’esercito nazionale libico nominato dal governo di Tobruk. Ora alcuni deputati nel governo lo contestano. In quanto attuale comandante dell’esercito, Haftar dovrebbe essere ritenuto, secondo i quattro deputati, ‘il maggiore responsabile del conflitto in corso’, degenerato dopo l’inizio della campagna antiterrorismo nella Cirenaica, la ‘Operazione Dignità’, avviata dal generale più di un anno fa. Un eccesso di potere da parte del generale, già gradito ospite della Cia negli Stati Uniti.

 

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