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sabato 18 Gennaio 2020

L’Iran e il suo diritto
al nucleare civile

L’Accordo sul diritto dell’Iran al nucleare per fini civili potrebbe segnare il passaggio dalla precedente geo-politica Occidentale nella regione medio-orientale a una fase nuova. L’intesa fra il G 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU + la Germania) e l’Iran potrebbe sancire la fine dell’approccio colonialista nell’area che aveva già evidenziato i […]

L’Accordo sul diritto dell’Iran al nucleare per fini civili potrebbe segnare il passaggio dalla precedente geo-politica Occidentale nella regione medio-orientale a una fase nuova.

L’intesa fra il G 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU + la Germania) e l’Iran potrebbe sancire la fine dell’approccio colonialista nell’area che aveva già evidenziato i suoi limiti nei disastrosi interventi USA/NATO in Afghanistan nell’ottobre 2011, in Iraq due anni dopo e nel marzo 2011 in Libia.

Un approccio che è basato sulla convinta superiorità dei valori occidentali, come democrazia e rispetto dei diritti umani, da esportare nei Paesi mediorientali.

La storia passata e recente dimostra come gli interventi militari e politici occidentali abbiano prodotto danni e successivi costi altissimi in termini socio-economici e di destrutturazione dei Paesi aggrediti.

Il successo negoziale del 14 luglio pone termine a un confronto di 36 anni fra USA e Occidente con l’Iran ed è potenzialmente in grado di ridisegnare il panorama mediorientale se supererà i persistenti tentativi di sabotaggio.

 

 

La situazione attuale.

E’ presente una marcata polarizzazione dei Paesi in tre gruppi principali.

La “mezzaluna sciita” festeggia l’Accordo, che rinforza l’Iran rientrata a pieno titolo nel consesso internazionale, dal quale ha subito nel tempo: la guerra di 8 anni (1980-1988) scatenata dall’Iraq su mandato e con l’armamento ricevuto da USA e Paesi Occidentali; l’embargo commerciale statunitense dal 1995; l’embargo sulle vendite di materiale e tecnologia nucleare-balistica con la Risoluzione 1737 del dicembre 2006; sanzioni di USA ed EU dal 2011.

Al suo fianco vi sono i suoi fidati alleati Iraq, Hezb’Allah libanese e irachena, alawiti siriani e Houthi yemeniti.

Questi ultimi costituiscono il 4% della popolazione e appartengono all’ala minoritaria dello sciismo zaidita sulla quale prevale l’appartenenza tribale.

Infatti, dall’inizio della rivolta (settembre 2014) che avrebbe portato nel gennaio 2015 alla destituzione del Presidente Hadi, gli Houthi sono alleati delle tribù sunnite, già fedeli all’ex Presidente Saleh.

Rimane forte l’”Asse sunnita”, guidato dall’Arabia Saudita, capofila del Consiglio di Cooperazione del Golfo -il CCG- (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), fermamente ostile all’Iran.

La teocrazia della scuola di Qom basata sulla supremazia della Guida religiosa sulle Istituzioni (Velayat-e-Faqih) è ritenuta una minaccia esistenziale per l’intero CCG, che potrebbe essere attraversato da movimenti di protesta da parte delle sensibili minoranze sciite che in Bahrein e Oman costituiscono la maggioranza della popolazione.

Nell’”Asse sunnita” rientrano Egitto, Giordania, Tunisia e Turchia.

 

 

Suddivisione a geometria variabile.

Per esempio, la Turchia, già alleata della Siria, se ne distacca sin dall’inizio delle prime proteste del marzo 2011 e ne diventa l’ acerrimo nemico.

Ankara non riconosce la legittimità dell’attuale Presidente dell’Egitto, al-Sisi, autore del colpo di Stato del 3 luglio 2013 contro il legittimo Presidente e Governo.

Inoltre, la Turchia, pur facendo parte della Coalizione a guida USA contro l’ “Islamic State”, in realtà addestra -d’accordo con gli USA- militanti dell’ “opposizione moderata siriana”, li supporta logisticamente e, secondo alcuni media, li armerebbe.

Dall’altro lato, quello sciita, gli unici a contrastare sul terreno IS sono le formazioni indicate di seguito.

I combattenti sono curdi (laici o sunniti): i peshmerga in Iraq e Unità di difesa del Popolo (Ypg) con formazioni anche femminili (Ypj) in Siria.

Queste due ultime Unità costituiscono il braccio armato del Partito di Unione Democratica (Pyd), vicino al Partito del Popolo (PKK) e operano spesso anche da soli.

Accanto all’Esercito iracheno e a quello siriano, in tutte le battaglie vittoriose contro IS vi sono Unità scelte di Hezb’Allah libanese (ed Hezb’Allah irachena in Iraq), e corpi speciali iraniani, comandati dal generale Qassam Suleimani, capo di Al Quds dal 2000, pasdaran durante la guerra contro l’Iraq.

 

 

Il terzo gruppo.

Il terzo, disomogeneo gruppo è formato da Stati e Istituzioni contrari al nucleare iraniano.

L’ala più radicale è espressa da Israele, che dagli anni ’90 presenta l’Iran sciita come una minaccia esiziale e, da allora, l’accusa di essere vicino alla realizzazione della bomba atomica.

Tel Aviv, è l’unico Paese in Medio Oriente a essere dotato di bombe atomiche ma, a differenza dell’Iran non ha aderito al Trattato di non Proliferazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Israele che quando era alleato del Sudafrica faceva parte del trio che con l’Iran costituiva -secondo Kissinger- il volano della “strategia Occidentale per dominare tutta la regione”.

Il timore che legittimamente ha Israele sulla realizzazione dell’energia nucleare non solo civile ma adeguato a costruire ordigni atomici potrebbe essere risolto semplicemente.

Basterebbe infatti che Tel Aviv firmasse le Convenzioni Internazionali in materia di controlli del nucleare per ottenere tutta la regione libera dalle armi atomiche.

 

 

Pericoli a intensità variabile

In altri termini, Pakistan e India, già dotati di bombe atomiche ma non aderenti al Trattato di non Proliferazione, costituiscono forse un pericolo minore dell’Iran che non ha ancora ordigni nucleari e che firma un Accordo accettando il taglio delle scorte di uranio arricchito, una moratoria di 15 anni sull’arricchimento dell’uranio al di sopra del 3,67%, accesso 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 nei siti nucleari e militari ed embargo dell’armamento per altri 5-8 anni? E non costituiscono un pericolo Paesi nucleari come Francia e Gran Bretagna che hanno da tempo avviato contatti per il nucleare civile con molti Paesi del Medio Oriente, o l’Arabia saudita che ha già in corso contatti con il Pakistan, di cui ha finanziato l’atomica, per dotarsi del nucleare ?

Vi sono poi i repubblicani statunitensi, pronti a opporsi all’intesa di Vienna anche se il Presidente USA ha dichiarato che opporrà il veto.

In tal caso, il Presidente dovrà raggiungere la maggioranza dei 2/3 non facile per la mobilitazione di lobbies pro-Israele.

La fronda ostile all’Accordo è presente anche in Iran, dove l’ex Presidente Ahmedi Nejad, i basiji e l’Ayatollah Taqi Mesbbah Yazdi, il più radicale della scuola di Qom, attendono la prossima elezione dell’Assemblea degli esperti che nel 2016 potrebbero eleggere il successore dell’attuale Guida Suprema, Alì Khamenei.

 

 

Gli Usa non sono rimasti a guardare.

Per tranquillizzare i loro alleati, in primis Israele e CCG, nello stesso giorno dell’Accordo dagli USA è stato annunciato che l’US Air Force e la NnSe (National Nuclear Security Administration) hanno completato il primo test in volo dell’ogiva nucleare B 61-12, destinata a sostituire la precedente B 61.

Si tratta di una Bomba atomica “intelligente”, sganciabile a grande distanza dall’obiettivo, a guida di precisione, del costo di 4-8 miliardi di dollari per 400-500 bombe di una potenza media di 50 Kiloton, in grado di distruggere i bunker dei centri di Comando e altre strutture sotterranee con il primo attacco nucleare.

Per sottolineare che gli USA sono e restano una potenza militare inattaccabile anche da chi possiede ordigni nucleari.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, oltre alla dotazione atomica di Israele -che per gli USA deve avere sempre l’egemonia militare in area- gli Usa hanno già in corso accordi per la fornitura ad Arabia Saudita, Bahrein ed EAU di tecnologia nucleare e materiale fissile con i quali possono dotarsi di ordigni nucleari.

 

 

Questioni operative.

Vi è poi un aspetto di carattere operativo appena accennato nel lungo Vertice del Palais Couburg di Vienna.

Attesi i modesti risultati della Coalizione anti-IS, è possibile un cambio di marcia con un duplice obiettivo: coordinamento delle operazioni USA-Iran in Iraq; fine dell’armamento dell’”opposizione moderata” contro la Siria, alleata dell’Iran che ne supporta l’impegno subendo finora ritorsioni armate da parte della Coalizione a guida USA e da Israele (nelle Alture del Golan).

L’auspicata coordinazione ridimensionerebbe sensibilmente IS nonostante il sostegno di Turchia e alcune monarchie del CCG e potrebbe porre fine alla guerra civile in Siria scatenata proprio da quell’ “opposizione moderata” che annovera fra i suoi componenti anche i Jihadisti di al-Nusra, rappresentante di Al Qaeda in Siria.

Il coordinamento potrebbe riguardare anche l’Afghanistan, attesi gli eccellenti rapporti delle quattro Shure dei Taleban con l’Iran, per arrivare a un’intesa fra il debole Governo di Kabul e la guerriglia Taleban e ridare respiro a un Paese in guerra praticamente dall’invasione sovietica del 1970.

L’inattesa svolta di Mullah Omar, l’incontrastato leader dei Taleban ai negoziati diretti con Kabul è una coincidenza temporale o l’inizio del coordinamento USA-Iran anche sul piano operativo?

 

Le nuove Alleanze si manifesteranno nell’arco di due mesi, il tempo necessario perché l’Accordo diventi esecutivo dopo il voto del Congresso USA, che entro 60 giorni deve deciderne o meno l’approvazione, del Majlis a Teheran e del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

 

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