• 28 Febbraio 2020

Borsa cinese a picco
brucia 3.000 miliardi
La Grecia fa sorridere

Da tempo gli osservatori più attenti avevano notato crescenti segnali di crisi nell’economia cinese. L’allarme veniva mitigato dal fatto che il Pil del colosso asiatico era pur sempre – e di gran lunga – superiore a quello di quasi tutti Paesi occidentali.

E’ noto, tuttavia, che il Pil non può crescere per sempre: arriva prima o poi il momento in cui inizia a calare causando sconquassi in pratica ovunque, ivi incluse le dimensioni della politica e della società.

In questi giorni se n’è avuta puntuale conferma con il crollo repentino, e inatteso, delle due maggiori borse valori della RPC, Shangai e Shenzen. La prima in particolare, ha avuto un vero e proprio tracollo. Cresciuta del 150 per cento dalla metà del 2014, nel giugno di quest’anno ha invece perso più del 30 per cento, innescando una spirale di vendite incontrollate che ha indotto le autorità a chiuderla temporaneamente.

Naturalmente occorre tener conto che stiamo parlando della seconda potenza economica mondiale la quale, dopo aver superato il Giappone, secondo alcuni si apprestava a sorpassare anche gli Stati Uniti d’America.

 

Borsa cin4ese Yuan cop

 

Le cifre coinvolte sono enormi, e riflettono com’è ovvio la vastità del Paese. Si tratta di perdite che ammonterebbero a circa 3000 miliardi di dollari, e l’emergenza è tutt’altro che superata.

Per dare un’idea della posta in gioco, basti rammentare che noi siamo molto impressionati dalla situazione greca. Ebbene, l’intero debito della Grecia ammonta a 330 miliardi di dollari, solo un decimo della cifra bruciata in un mese nella piazza cinese.

Compare inoltre un termine che aveva spaventato a lungo i mercati finanziari globali: “bolla finanziaria”. Anche nella superpotenza nominalmente comunista si è quindi verificato il fenomeno che aveva messo in ginocchio Wall Street, la City londinese e altre piazze minori. I prezzi delle azioni crescono indipendentemente dalle aziende cui sono collegate.

Insomma la ben nota sopravvalutazione della “new economy” digitale e la prevalenza della finanza sull’economia reale. Per l’Occidente non è certo una novità, ma per la Cina sì. I cittadini investitori del Dragone si comportano in tal caso proprio come quelli americani, inglesi e italiani. Fiutato il pericolo si mettono a vendere, innescando pertanto la solita spirale perversa che le autorità non sanno bene come fronteggiare.

 

Più che l’aspetto tecnico, tuttavia, in questo caso interessa quello politico-sociale. La RPC è una strana nazione in cui hanno convissuto – almeno finora – da un lato un capitalismo selvaggio che nulla ha da invidiare a quello occidentale (e americano in particolare) e, dall’altro, un sistema politico ancora ufficialmente comunista, con un solo partito ammesso, e nel quale il marxismo-leninismo viene tuttora considerato dottrina ufficiale dello Stato.

Sarà quindi interessante vedere come le autorità riusciranno ad affrontare un caso così grave. In Cina il partito controlla tutto, finanza inclusa e, se ha concesso una (relativa) libertà di speculazione finanziaria, lo ha fatto per aumentare e rendere ancor più solido il suo potere.

Due notazioni per concludere. Una prolungata crisi cinese avrebbe conseguenze a dir poco funeste a livello globale rammentando, tra le altre cose, che la RPC ha in mano buona parte del debito pubblico USA. In altre parole si rischia un effetto domino mondiale al cui confronto l’eventuale default greco sarebbe ben piccola cosa. Ed è ovvio che la suddetta crisi colpirebbe in modo cospicuo anche la traballante Italia.

 

Borsa cinese donna sito

 

In secondo luogo, si è giù più volte notato che l’attuale espansionismo (anche militare) di Pechino ha motivazioni interne. Si individuano nemici – veri o presunti – oltre i confini per tenere sotto controllo le tensioni interne causate dalla ribellione di Hong Kong e dalle pulsioni autonomiste o separatiste di parecchie regioni.

A questo punto è ovvio che una grave crisi in Cina non gioverebbe a nessuno – nemmeno agli Stati Uniti – considerata l’interdipendenza ormai in atto nel mondo globalizzato. Il problema è che di crisi economiche e bolle finanziarie è facile individuare l’inizio. Assai più arduo, invece, è prevederne la fine con sufficiente esattezza.

Michele Marsonet

Michele Marsonet

Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell'Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane.

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