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lunedì 14 Ottobre 2019

Nuova sfida di Hong Kong
banco di prova per la Cina

Il settembre scorso fu ‘Occupy Central, studenti a chiedere più democrazia nella scelta dei governati locali. L’autonomia concessa da Pechino all’ex colonia britannica. La richiesta di suffragio universale. Sino a che punto Pechino può tollerare e mantenere l’attuale struttura statale e politica?

Da un po’ di tempo non si sentiva più parlare di Hong Kong. Nel settembre dell’anno scorso gruppi di attivisti – soprattutto studenti – avevano dato vita al movimento “Occupy Central”, riuscendo a bloccare la città e a conquistare alla loro causa una parte della popolazione. Si susseguirono marce e sit-in con la partecipazione di un numero di cittadini molto superiore alle previsioni. Obiettivo primario era la richiesta di elezioni libere e svincolate dal controllo di Pechino.

Tutti rammentano come finì, almeno in apparenza, la protesta. La Cina si limitò a controllare le manifestazioni con la polizia locale. Al resto pensò la parte di popolazione ostile al blocco per motivi squisitamente economici. L’ex colonia britannica è infatti, al contempo, un grande porto e una piazza finanziaria d’importanza mondiale. Molti abitanti ritennero dunque che non valesse la pena di rovinare i fiorenti affari con richieste di libertà in stile occidentale, e tutto fu messo a tacere senza sforzi eccessivi e interventi esterni.

 

hong_kong_pepper_BELLA

 

L’autonomia di cui Hong Kong ha finora goduto, dopo la restituzione alla Cina da parte britannica nel 1997, non deve però far dimenticare che adesso questo piccolo territorio fa parte a tutti gli effetti della RPC. Nel caso di sviluppi drammatici quest’ultima non avrebbe neppure bisogno di “invaderlo” poiché si trova sotto la sua giurisdizione da ogni punto di vista. I cinesi hanno sinora tollerato che la città mantenesse caratteristiche diverse da quelle del continente. Nessun bisogno di visto per recarvisi; altissima diffusione dell’inglese; social network occidentali accessibili senza problemi a cominciare da Google HK, e proibiti invece nel resto dell’immenso Paese.

Il problema principale è il seguente. Pechino promise al Regno Unito che la ex colonia avrebbe avuto il suffragio universale, salvo poi rimangiarsi la parola a restituzione avvenuta. In realtà il Partito comunista cinese ha deciso che i cittadini di Hong Kong potranno eleggere il capo del loro governo a suffragio universale, ma dovranno scegliere tra alcuni candidati preventivamente “approvati” da un comitato fedele agli ordini di Pechino, senza alcuna deroga. Gli organizzatori della protesta hanno respinto al mittente la proposta insistendo invece su elezioni libere a tutti gli effetti.

 

<> on June 1, 2014 in Hong Kong, Hong Kong.

 

Ora si apprende, con una certa sorpresa, che ben 27 degli attuali componenti del parlamento locale, in teoria fedeli alla RPC, si sono uniti alla protesta chiedendo a loro volta un suffragio universale vero. Dalla leadership cinese e dagli organi d’informazione controllati dal regime sono subito partite accuse e minacce, per ora non seguite da provvedimenti concreti.

Com’è ovvio la “conversione” dei parlamentari è stata salutata con entusiasmo dal giovanissimo Joshua Wong (classe 1996), lo studente che capeggia il movimento, e dai suoi compagni. Resta solo da capire come reagirà in futuro e nel concreto la leadership guidata da Xi Jinping il quale, oltre a inaugurare un culto della personalità simile a quello di Mao, sta proponendo la RPC quale superpotenza in grado di competere con gli Stati Uniti per la supremazia globale. La prova più eclatante è fornita dalla politica fortemente espansionistica praticata nel Pacifico, che ha causato tensioni continue con Giappone, Vietnam, Filippine, Corea del Sud e altre nazioni dell’area. Senza scordare i numerosi incidenti – per ora senza conseguenze pratiche – tra navi da guerra e aerei cinesi e americani.

 

Il giovanissimo leader studentesco Joshua Wong (classe 1996)
Il giovanissimo leader studentesco Joshua Wong (classe 1996)

 

Come ho già sostenuto in altre occasioni, Hong Kong diventa pertanto il banco di prova dell’evoluzione (o involuzione) politica della Cina. Se vuole sviluppare il programma di Xi Jinping, Pechino non può assolutamente tollerare aspirazioni di autonomia e di differenziazione rispetto al modello monolitico che fornisce il controllo dei mass media e di tutti gli aspetti della vita sociale. Non a caso ha definito “distruttori della democrazia” i suddetti parlamentari infedeli, dal che si evince che il termine “democrazia” assume in ambito cinese un significato ben diverso da quello occidentale.

Il vero dilemma è però un altro ancora. La RPC è in realtà un enorme collage di entità ed etnie diverse. Sono noti al grande pubblico i casi del Tibet e dello Xinjiang, abitato dagli uiguri turcofoni e musulmani. Ma vi sono altre e numerose differenze. Sul piano linguistico, per esempio, il mandarino (che è in realtà il dialetto di Pechino) è stato proclamato “lingua comune” solo in tempi relativamente recenti. Al Sud (Hong Kong inclusa) si parla cantonese, e nel territorio nazionale sono diffusissimi scherzi e aneddoti sui cinesi che, parlando tra loro, non riescono a capirsi. Lo stesso si può dire dell’Italia, ma qui stiamo parlando di un miliardo e 400 milioni di abitanti.

 

HYONG kONG OMBRELLO

 

Occorre quindi capire sino a che punto Pechino può permettersi di essere tollerante se vuole mantenere l’attuale struttura statale e politica. Il successo dei ribelli di Hong Kong potrebbe senza dubbio innescare un “effetto domino” impossibile da controllare, incoraggiando le tante tendenze autonomiste o apertamente indipendentiste che già esistono. Forse qualcuno nella capitale cinese starà pensando che, dopo tutto, era meglio lasciare la città-isola agli inglesi.

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