175 chilometri di confine piatto, ‘poroso’ come lo definiscono generazioni di finanzieri che hanno inseguito su quel percorso i contrabbandieri di sempre. Ora sono i migranti a contrabbandare loro stessi e l’esempio che viene in mente al governo ungherese di destra è -guarda caso- quello del muro alla Netanyahu. Un ostacolo di quattro metri d’altezza, sparano da Budapest, ben sapendo che non riescono a mettere in piedi neppure una sorveglianza decente. L’obiettivo più politico che reale, è fermare i clandestini che arrivano in Ungheria dalla Serbia penetrata a sud da Bulgaria e Kosovo.
Eppure la rimozione della recinzione di 240 chilometri sul confine tra Ungheria eAustria fu nel maggio del 1989 uno degli eventi storici più importanti durante la Guerra Fredda. Uno dei primi segnali dello sgretolamento della Cortina di ferro che il 19 agosto permise a oltre 900 tedeschi dell’Est di passare il confine e fuggire in Austria. Sono passati 26 anni e in Ungheria si ritorna a parlare di muri e recinzioni, questa volta però non per impedire a qualcuno di scappare, ma di arrivare. Secondo il ministro degli Esteri ungherese, la barriera non violerebbe accordi internazionali.
Nel viaggio attraverso i Balcani verso l’Europa Occidentale, il passaggio dalla Serbia all’Ungheria è una delle tratte più seguite. Il progetto della costruzione di una barriera al confine con la Serbia pare più una mossa politica interna che una possibilità (anche economica) reale. Il governo del primo ministro ungherese Viktor Orban, leader del partito conservatore, pressato da una campagna di opinione pubblica modello ‘leghista’, xenofoba e ultranazionalista del partito di estrema destra Jobbik con la favola del muro cerca di evitare di perdere consensi elettorale nel suo campo, a destra.