Privacy Policy Balcani in Europa o Europa balcanizzata? -
mercoledì 22 Gennaio 2020

Balcani in Europa o
Europa balcanizzata?

Il presidente Mattarella in visita di Stato in Serbia e in Montenegro, a parlare di Europa patria comune e di speranze di riscatto: dai nazionalismi di ieri alle crisi economiche devastanti di oggi. Ma che accade realmente nei Balcani sotto casa accantonati per crisi apparentemente più minacciose?

A riportare l’attenzione del mondo sui Balcani focolaio ribollente di molte inquietudini europee è stata la Macedonia. L’azione terroristica di Kumanovo tra uno strano commando albanese-kosovaro per colpire il traballante e dispotico governo slavo di Skopje e ammonire la vicina Serbia. Quanche giorno di attenzione mediatica e nuovamente l’oblio in assenza di analisi: esiste o non esiste una spinta a realizzare una Grande Albania’ (o un Grande Kosovo) come conseguenza all’espansionismo demografico albanese in tutto il sud dei Balcani? Se così fosse, prepariamoci alle prossime guerre.

 

Belgrado panorama
Belgrado panorama

 

Oltre il confine macedone, nel nord tutto albanese della regione ‘tetova’, c’è il Kosovo che celebra come eroi i guerriglieri UCK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo rimasti uccisi nello scontro a fuoco con la polizia macedone a Kumanovo. Caratteristica fondante del Kosovo questa sua dualità di origine fra raggruppamento fuorilegge e movimento irredentista. Su banditi patrioti o patrioti banditi, la storia litiga quasi ovunque. Resta l’entità statale non riconosciuta dalle Nazioni Unite di questo staterello etnico nel cuore del Balcani, creato attraverso tre mesi di bombardamenti Nato.

 

Da allora, scomparsa la Jugoslavia e attenuate le rivendicazioni storiche della Serbia sulle terre del Kosovo che videro la prima cristianizzazione dei popoli slavi scesi a sud, il problema Kosovo si ritorce su alcuni dei suoi sponsor di origine. Pristina non solo nodo della discordia tra Tirana e Belgrado. La massa dei migranti clandestini dal Kosovo privo di risorse e speranze, sta ormai creando malumori in tutta Europa e le prime operazioni di rimpatrio. Dal primo gennaio a oggi sono state rimandate in Kosovo più di 6mila persone soprattutto da Germania, Ungheria, Austria e Svezia.

 

Poi c’è l’Albania che esibisce il suo ruolo di Stato membro della NATO dal 2009, ma che al momento lì si ferma. Parlare di accesso all’Unione europea risulta decisamente azzardato e forse non è neppure tra i suoi obiettivi a breve termine. L’Albania sventola la questione del Kosovo e allo stesso tempo, mentre il suo PIL è ancora in crescita, cerca il supporto di altri partner internazionali. La Turchia su tutti. Affari e sviluppo, e sviluppo degli affari non necessariamente trasparenti è la logica che muove Tirana e la fa diffidare come il nord Europa per la spinta migratoria dal Kosovo.i

 

Oltre il lago di Scutari, a nord, il Montenegro della visita presidenziale italiana. A nove anni dalla sua indipendenza, il Montenegro della Regina Elena che portò ai Savoia almeno un po’ di statura, è tutt’altro che un Paese felice. La disoccupazione e le condizioni in cui vive la maggior parte della popolazione sono problemi ai quali il governo non è ancora riuscito a trovare soluzione. Pessima politica, corruzione diffusa, legalità incerta, un terso del suo già minimo territorio di popolazione albanese e in costante crescita. Anche dal Montenegro ex jugoslavo, ora è fuga per migrazione.

 

Bulgaria e Romania nei Balcani hanno origini simili, almeno nell’allora schieramento sovietico. La Bulgaria risulta il Paese più povero dell’Unione Europea ed è assieme una delle porte europee dell’immigrazione clandestina, soprattutto al confine con la Turchia. Sofia condivide con gran parte del Balcani il problema corruzione. Una vicinanza non solo geografica con la Romania che se pur lentamente, sta crescendo. Il previsto aumento del salario minimo è uno dei modi con cui Bucarest sta cercando di rilanciare consumi ed economia oltre le risorse oggi che vengono dalla migrazione.

 

Nel mezzo anche geografico a tutto questo pasticcio di Stati, di staterelli, di popoli, religioni, storia e guerre, si trova la Serbia. Qualcuno nell’Unione europea segnala il pericolo dello stupido insistere nel distinguo buoni-cattivi, più europei-meno europei tra croati e serbi. Eppure i colloqui per accelerare accelerare il processo di adesione di Belgrado all’UE, risultano al momento solo un mare di parole. Dicono sia per la questione Kosovo, come se sulla vicenda la ‘coda di paglia’ l’avesse solo Blgrado. Ma oltre Milosevic pesa la diffidenza statunitense e l’amicizia con Mosca.

 

Giusto ora parlare di Croazia e Slovenia, i primi Paesi usciti dalla federazione jugoslava; i primi Stati riconosciuti da Germania, Vaticano, e poi Ue; i primi ad essere ammessi nella Ue. Zagabria continua a lottare per uscire definitivamente dalla crisi economica e passare dalla Kuna all’Euro. La premier Kolinda Grabar Kitarovic sostiene di farcela entro cinque anni ma sono pochi a crederci. Soprattutto gli inovestitori esteri. La Croazia dell’economia più sviluppata in Jugoslavia stenta a rincorrere quelle europea. Come in parte invece riesce a Lubiana e alla minuscola Slovenia.

 

Sarajevo panorama al tramonto
Sarajevo panorama al tramonto

 

Assieme al Kosovo punto dolente e potenziale detonatore di nuove violenze balcaniche, la Bosnia-Herzegovina, dove il terrorismo di matrice islamica è ormai una criticità riconosciuta più a livello internazionale che in casa. Oltre ‘alla dilagante povertà e arretratezza in cui versa il Paese’, denuncia Luigi Rossiello su LookOut. Pasticcio apparentemente irrisolvibile quello prodotto dagli accordi di Dayton che, nel 1995, posero fine alla guerra. Ancora armistizio in attesa di andare oltre, senza nessuno sicuro di trovare la pace. E il 6 giugno il Papa sarà a Sarajevo dai pochi cristiani rimasti.

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