Privacy Policy 'Waterbording fiscale' su una «Grecia ferita» -
venerdì 13 Dicembre 2019

‘Waterbording fiscale’
su una «Grecia ferita»

Vittorio Da Rold è un eccellente giornalista economico, grande firma del Sole24Ore e grande amico. un assaggio delle sue scoperte sui segreti della drammatica crisi greca. ‘Waterboarding fiscale’ a definire gli effetti dell’austerità simili all’annegamento simulato nelle torture di Guantanamo

Qualsiasi popolo che discendesse dagli antichi greci sarebbe automaticamente infelice. A meno che non riuscisse a dimenticarli o a superarli.

(Nikos Dimou, L’infelicità di essere greci)

 

La prima bancarotta della storia fu quella dichiarata da dieci municipalità greche nel quarto secolo avanti Cristo.

C’era un unico creditore, il tempio di Delo, il luogo di nascita del mitico dio Apollo.

 

Il waterboarding è una forma di tortura: immobilizzato un individuo con i piedi più in alto della testa, gli si versa acqua sulla faccia. Una forma di annegamento controllato quando l’acqua invade le vie respiratorie…

 

Grecia 'Waterbording sito

 

Al vertice del G20 a Cannes nel 2011, quando l’euro è andato molto vicino alla rottura, sul tavolo c’era la soluzione della crisi greca. E il culmine della tragedia è la scena in cui il presidente americano Barack Obama prende il sopravvento e dice agli europei cosa devono fare, facendo scoppiare in lacrime la cancelliera tedesca Angela Merkel: “Ich bringe mich selbst nicht um”. “Non voglio suicidarmi”. Questo è stato uno dei tre episodi in cui senza misure drastiche, l’eurozona si sarebbe frantumata.

 

I problemi non sono stati risolti ma aggravati quando, invece, di seguire le proposte che il Fondo monetario voleva imporre, cioè un piano di austerità, un taglio ai creditori del 30% e un prestito per facilitare l’aggiustamento, si è seguito il piano deciso dall’Europa, dove i prestiti ci sono stati e anche l’austerità; quello che è mancato è stato un taglio del debito del 30%, che avrebbe portato il rapporto debito/Pil al 100%. Questo grave ritardo è stato voluto dal dominus assoluto della politica europea, la cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Nicolas Sarkozy per proteggere le loro banche a costo di far affogare la Grecia […]

 

Il 28 febbraio 2015, dopo sei anni dello scoppio della crisi greca, e due salvataggi, il giornalista britannico Ambrose Evans Pritchard del The Telegraph scriveva in un reportage da Atene: [.] ‘un ripudio totale dei debiti verso le istituzioni dell’unione monetaria europea e verso gli stati costerebbe oltre 300 miliardi di euro. Sarebbe il più grande default di tutti i tempi, come ordine di grandezza’. […]

 

Molti commentatori hanno ritenuto di liquidare la crisi greca come un evento trascurabile o marginale della costruzione europea, un semplice errore di percorso da archiviare al più presto, senza troppe ansie. Un giudizio superficiale e, a volte, interessato basato sulle modeste dimensioni del Prodotto interno lordo della Grecia, della sua esigua popolazione rispetto all’intera eurozona. In realtà la crisi greca è stata il detonatore di tutte le insufficienze e dei limiti della costruzione europea e dei risorgenti nazionalismi, soprattutto di Parigi e Berlino, che ancora prevalgono su una vera posizione comunitaria.

Se vista da questa prospettiva allora la vicenda greca è la tragedia non di un singolo paese della periferia di Eurolandia, ma del destino dell’Europa e della ennesima sfida degli egoismi nazionali, in particolare di Berlino, alla sua costruzione in senso federale.

 

In questo senso la crisi di Atene e la sua difficile soluzione sono la metafora del problematico ritorno a una dimensione di vera solidarietà europea che porti a un superamento dell’attuale livello intergovernativo dove contano solo i paesi più forti, in primis la Germania di Angela Merkel. O per dirla con le parole di Athanasios Orphanides, ex funzionario della Federal Reserve americana ed ex governatore della Banca centrale cipriota: “La crisi dell’area euro è fondamentalmente una crisi politica. La fragile struttura confederale dell’unione europea, si è rivelata incompatibile con la corretta gestione di una grave crisi nella zona della moneta comune”.

 

La statua della dea Atena
La statua della dea Atena

 

Il libro

Il libro è diviso in quattro parti. La prima traccia i tempi dell’ingresso nell’euro e delle spese fuori controllo, della finanza allegra all’ombra del Partenone quando lo spread tra Grecia e Germania era quasi inesistente. È quello della grande illusione in cui Atene vive al di sopra dei suoi mezzi e si indebita favorita da un sistema del credito facile.

La seconda parte si occupa dell’amaro risveglio del Paese in seguito all’arrivo al potere del socialista Giorgos Papandreou che trova le casse vuote e un deficit al 15,7% del PIL, del primo salvataggio da 110 miliardi di euro avvenuto il 2 maggio 2010, del ruolo predominante delle banche francesi e tedesche nell’indirizzare la soluzione della crisi a loro vantaggio e a scapito della popolazione greca [.]

La terza parte parla della vicenda, poco conosciuta, del mancato referendum sull’euro, del drammatico vertice del G20 di Cannes e della defenestrazione di Papandreou, del ruolo di José Manuel Barroso [.]

La quarta parte, infine, approfondisce l’arrivo di Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale di SYRIZA [.] e la sfida alla cosiddetta dottrina Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco, che vede nell’austerità e nelle riforme strutturali i due punti cardine della politica europea.

 

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