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mercoledì 16 Ottobre 2019

G.B. più conservatrice
e sempre meno europea
Scozia tutta separatista

David Cameron batte anche i sondaggi, distanzia il laburista Ed Miliband e affonda gli ex alleati LibDem. Vola il partito separatista scozzese, egemone nel suo Paese. Ed è quest’ultimo il dato sui cui si concentra la riflessione di Marsonet. C’è anche un piccolo partito gallese, anche loro ‘celti’

Che le ultime elezioni fossero destinate a scuotere il quadro politico britannico era, in fondo, atteso (anche se non certo). Difficile però prevedere che lo scompiglio fosse così forte. In effetti, da oggi il Regno Unito diventa una nazione più simile all’Italia che agli Stati Uniti, suo tradizionale punto di riferimento.

I fatti da rimarcare sono molti, e mi concentro solo su quelli che paiono più rilevanti. Innanzitutto entra in crisi la tradizionale – e molto invidiata nell’Europa continentale – stabilità politica. E’ pur vero che i conservatori hanno vinto conquistando in pratica la maggioranza assoluta in parlamento. Tuttavia è parecchio aumentata la frammentazione con risultati a dir poco sorprendenti.

 

Il primo dato che impressiona è la pressoché completa vittoria conseguita dagli indipendentisti scozzesi nel loro territorio. Non era affatto scontato, visti i risultati del referendum che si tenne nelle Highlands meno di un anno fa. Allora i “cugini” celti respinsero l’ipotesi del distacco dal Regno sconfessando la leadership dello Scottish National Party. Ora Nicola Sturgeon s’è presa una sonora rivincita poiché, in Scozia, non è passato neanche uno spillo. Quasi tutti i collegi sono andati agli indipendentisti, che saranno rappresentati a Londra da un numero di deputati ben più cospicuo del precedente.

Tutto ciò potrebbe alla lunga innescare una reazione a catena, dal momento che esiste pure un partito che si batte per l’indipendenza del Galles. Piccolo, finora, ma anche i gallesi sono celti e l’esempio scozzese potrebbe incoraggiarli a seguire la strada intrapresa a Edimburgo e a Glasgow.

 

Il secondo dato “strano” è la grande vittoria dei conservatori. In genere i sondaggi sottolineavano l’impopolarità di David Cameron considerandolo sicuramente in calo. E’ accaduto invece il contrario, anche se francamente è difficile capire perché. Di solito i sondaggisti britannici c’azzeccano, favoriti per l’appunto dai pochissimi partiti realmente importanti e dalla conseguente stabilità. Questa volta, a dispetto del sistema maggioritario, non sono riusciti a cogliere il quadro con sufficiente precisione.

Il rovescio della medaglia è la grave sconfitta dei liberaldemocratici, attuali alleati di Cameron al governo. Il loro leader Nick Clegg – dimissionario – non è riuscito a dotare il terzo partito nazionale di un’identità precisa e la base è in rivolta. Cameron potrebbe ancora aver bisogno di loro anche se in parlamento sono rimasti davvero pochi. Abbastanza, però, per condizionare la formazione di un governo sufficientemente stabile. Si tratta di vedere che cosa chiederanno in cambio, essendosi gli elettori LibDem stancati di fungere da stampella che conta pochissimo nei processi decisionali.

 

Altro dato sorprendente è la grave sconfitta di Ed Miliband (lui pure dimissionario), che le previsioni davano piuttosto in ascesa. Anche in questo caso bisognerà attendere per capire tutte le ragioni della batosta subita, ma è probabile che una parte dell’elettorato Labour non abbia gradito la svolta a sinistra – per quanto blanda – di Miliband, e il rinnovato peso dei sindacati all’interno del partito. Più certo invece è il ruolo negativo del voto scozzese, giacché i laburisti erano da sempre il partito maggioritario in Scozia e ora sono stati soppiantati dallo SNP.

Una nota merita anche Nigel Farage. Il suo Ukip ha ottenuto un bel risultato sul piano dei voti (è il terzo partito), ma una rappresentanza pressoché nulla in parlamento. Colpa (o merito, dipende dal punto di vista) dei collegi uninominali dove i candidati Ukip non sono mai riusciti a prevalere. Non a caso si parla della necessità di cambiare il sistema elettorale. Tema classico in Italia, e impensabile in Gran Bretagna fino a oggi.

 

Il risultato elettorale lascia intravedere la continuazione del rapporto speciale con gli USA, un rafforzamento dei settori più intransigenti della Nato e, soprattutto, la prosecuzione del dibattito su pregi e svantaggi della permanenza inglese nell’Unione Europea. La quasi novantenne regina non dovrà intervenire più di tanto, anche se molti lo prevedevano. Ma è probabile che toccherà ancora a lei l’arduo compito di esercitare la “moral suasion” per impedire che gli scozzesi, galvanizzati dal loro successo, decidano di andarsene recuperando l’indipendenza perduta nel lontano 1707.

 

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