Lontani i tempi in cui la Gran Bretagna guardava gli europei “continentali” dall’alto in basso, con un complesso di superiorità non sempre comprensibile, anche il Regno della quasi novantenne Elisabetta II ci appare ora più normale di quanto fosse – o apparisse – in precedenza. Non del tutto però, e poi spiegherò perché.
L’occasione per una seria riflessione ci viene offerta su un piatto d’argento dalle elezioni politiche di oggi. Per decenni, se non per secoli, tutti invidiavano gli inglesi per la grande stabilità del loro sistema politico. E già a questo punto urge una precisazione. Dire “inglesi” è diventato politicamente scorretto. Restano il gruppo maggioritario e più importante del Regno Unito. Ma scozzesi (in primo luogo) e poi gallesi e irlandesi dell’Ulster rifiutano l’identificazione. Meglio insomma ricorrere al termine “britannici”, anche se in realtà non ha mai convinto nessuno.
Il fatto è che il celebre bipartitismo quasi perfetto che per così lungo tempo ha caratterizzato questo Paese composto da quattro entità distinte sembra volgere al tramonto. Si noti, tra l’altro, che non si tratta di una federazione come gli USA o di una confederazione come la Svizzera. Ciascuna delle summenzionate entità ha un proprio parlamento, ma le decisioni vengono prese a Londra e il tratto comune resta pur sempre la fedeltà alla regina (o al re) di turno.
I due partiti dominanti, conservatori e laburisti, finora dovevano fare i conti soltanto con i liberaldemocratici che in qualche occasione – ma non sempre – sono riusciti a funzionare come ruota di scorta quando nessuna delle due formazioni principali raggiungeva la maggioranza assoluta. Non sorgevano drammi, tuttavia, dal momento che anche il terzo partito condivide le linee di fondo della politica interna e di quella estera. Insomma una stabilità a prova di bomba.
Ora la situazione è cambiata con la comparsa di partiti nuovi e più “esterni” al sistema. Il caso più emblematico è l’Ukip di Nigel Farage, reduce da una buona affermazione nelle ultime elezioni. Farage e i suoi finora hanno deluso, e non poteva essere diversamente avendo quale unica ragione sociale l’antieuropeismo. Tuttavia non si può escludere che l’attuale debolezza dei due partiti storici finisca col favorire di nuovo Ukip e altre formazioni minori.
C’è poi la questione scozzese, visti i successi (per quanto parziali) che il partito indipendentista ha conseguito negli ultimi anni a Edimburgo. Nelle Highlands la voglia di staccarsi da Londra è storia antica, e non è escluso che prima o poi il sogno del distacco trovi realizzazione. In quel caso i gallesi sarebbero tentati di seguire l’esempio, mentre nell’Ulster l’idea di un’Irlanda unita potrebbe acquistare vigore nonostante l’opposizione dei protestanti.
Altro fatto da tenere seriamente in considerazione è la “mutazione genetica” dei due partiti storici. Dopo Margaret Thatcher i Tories hanno assunto una connotazione conservatrice sempre più radicale. Sul versante opposto il Labour, dopo Tony Blair, è diventato via via più socialdemocratico. Sbaglia chi replica che lo era anche prima, perché in realtà il partito laburista aveva al proprio interno un’ala sinistra con venature addirittura marxiste ed era grandemente influenzato dai sindacati (le Trade Unions). La Thatcher ne diminuì radicalmente l’importanza, e in seguito Blair completò l’opera facendone una componente piuttosto marginale del Labour stesso.
Il problema è che nessuno dei due leader attuali, David Cameron e Ed Miliband, possiede il carisma di Thatcher e Blair i quali, bene o male, calamitavano i voti anche al di fuori del loro tipico bacino elettorale. Sia l’attuale premier conservatore che il premier ombra laburista vengono percepiti come figure sbiadite, anche se Miliband ha cercato di far di nuovo virare a sinistra il suo partito. E’ quindi possibile che, a dispetto del successo secolare di un bipartitismo incardinato sui collegi uninominali, questa volta si assista a una frammentazione simile a quella italiana. Si noti che ho usato il termine “possibile”, giacché l’elettorato britannico riserva spesso sorprese. Tuttavia i sondaggi non sono mai stati incerti come in questa occasione.
C’è infine il tema della UE, percepito in gran parte dell’Europa come un serio problema, e assai di più nel Regno Unito. Si deve notare, a tale proposito, che Charles de Gaulle non aveva tutti i torti quando si opponeva alla sua entrata nell’Unione. Troppo diverse le storie, e troppo stretti i legami con gli Stati Uniti e le ex colonie anglosassoni come Canada, Australia e Nuova Zelanda. Gli inglesi – e uso tale termine per semplificare – si sentono europei solo fino a un certo punto, giacché altrettanto forti sono i vincoli con la comunità anglosassone. Tali vincoli, com’è noto, hanno trovato un fertile terreno di sviluppo anche sul piano militare e dello spionaggio come dimostra la creazione della rete “Echelon”.
Bisogna però riconoscere che i politici britannici sono stati molto più saggi dei nostri rifiutando di aderire all’Eurozona, anche grazie alle pressioni dell’onnipotente City londinese. I cittadini britannici sono contenti di avere ancora la sterlina (e, onestamente, come dar loro torto?). Non è possibile formulare previsioni certe circa l’esito del voto. Mi sembra però chiaro che, prescindendo dai risultati elettorali, il Regno Unito – ammesso che non si sgretoli a causa delle spinte indipendentiste – è destinato a conservare almeno in parte di quei caratteri di unicità che da un lato irritavano Charles de Gaulle e, dall’altro, continuano ad affascinare gli stranieri.