Privacy Policy Guerra dei droni e terrore Per un bersaglio colpito 28 Giovanni Lo Porto -
sabato 18 Gennaio 2020

Guerra dei droni e terrore
Per un bersaglio colpito
28 Giovanni Lo Porto

La guerra dei droni e i ‘danni collaterali’. E’ stato calcolato che i raid con i doni armati uccidano 28 persone innocenti prima di colpire un terrorista. ‘Amnisty International’ la definiscono la ‘dirty war’, la sporca guerra combattuta in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Gaza, Siria, Iraq e altrove

La guerra Usa al terrorismo

La guerra condotta dagli Stati Uniti e partire dal 2001 ci calvola abbia prodotto milioni di morti ma non esiste un calcolo preciso.

Dal 2001, Usa e alleati iniziano guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, Mali e hanno presenze attive in Sahel, Pakistan, Siria, Yemen, Sud Sudan, Somalia.

Un bilancio geostrategico catastrofico e decine di migliaia di civili vittime di ‘bombe mirate e/o intelligenti’, droni, azioni di commandos speciali, arresti arbitrari, torture, sequestri guidati importanti Paesi occidentali.

Feste di matrimonio, funerali, feste per la nascita di bambini sono bombardate perché ritenute raduni di terroristi.

Il nemico è de-umanizzato, diventa minaccia esistenziale e va contrastato con ogni mezzo, oltrepassando i confini della legislazione internazionale e le Convenzioni sui Diritti dell’Uomo.

 

Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano prigioniero in Pakistan ucciso da un Drone Usa
Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano prigioniero in Pakistan ucciso da un Drone Usa

 

Risultati 14 anni dopo?

ISIS sta rispondendo nel nome dell’Islam con moduli di combattimento vecchi di 1000 anni. La ferocia utilizzata dagli Almoravidi dell’XI secolo quando imposero in Spagna la sharia con la spada. Più recentemente imitati in Algeria dal gruppo salafita GSPC negli anni ’90 con la decapitazione dei monaci di Tibhirine, e nei primi anni 2000 da Boko Haram nigeriano.

La differenza fra oggi e il passato è che un tempo anche i cristiani usavano gli stessi metodi.

E non solo nelle Crociate ma anche, nel tempo, alla conquista dell’America, dove, come riferisce Cristoforo Colombo nel suo Diario di Bordo, ‘mettemmo in fuga quella moltitudine di ignudi e indifesi’ che erano 7 milioni di persone all’arrivo dei conquistatori e ne resteranno solo 15.600 sedici anni dopo.

Questo avveniva per condurli alla fede con il battesimo mentre ne acquisivano la ricchezza.

Questi metodi si rinnovano nel colonialismo che ha introdotto un’interpretazione tutta sua del cristianesimo in un sistema di istituzioni: democrazia, mercato, tecnologia.

 

Ritorno al passato? Scontro di civiltà?

Si ritiene di no, ma la domanda è: ci può essere un rapporto fra distruzione di Somalia, Iraq, Libia, Siria, Mali e l’ascesa di ISIS? E tra gli ‘omicidi mirati’ e i ‘danni collaterali’ e l’odio contro l’Occidente?

Dal libro di Graham Fuller, già consulente della CIA e specialista dell’Islam “Yes, It is islamic Extremism – But Why?” (22 febbraio 2015, http://grahamefuller.com), il perché dell’estermismo islamico.

Le sue sintetiche conclusioni.

“Esistono buone ragioni al di là dell’Islam e della religione per cui i rapporti tra Occidente e Medioriente sono cattivi.. [.] crociate, imperialismo, colonialismo, controllo occidentale sulle risorse energetiche mediorientali, sostegno attivo alle dittature filo occidentali, costanti interventi politici e militari occidentali, frontiere ridisegnate, creazione per mano dell’Occidente dello Stato di Israele, invasioni e guerre statunitensi.. [.] Niente di tutto questo ha alcun rapporto con l’Islam .. [.] (anche se) le reazioni della regione sono.. [.] in termini religiosi e culturali.. [.] (perché) in ogni grande scontro si cerca di difendere la propria causa con il più elevato modello morale [.]”.

 

La memoria lunga dell’islam

L’ex colonnello dei servizi segreti dell’Aeronautica di Saddam Hussein, Samir Abd Muhammad al- Khlifawi (Haji Bakr) imprigionato dagli USA nel 2003 a Camp Bucca e ad Abu Ghraib e uscitone solo nel 2008, aveva conosciuto nel circuito carcerario Abu Musab al-Zarkawi e Abu Bakr al-Baghdadi, con i quali aveva stretto forti legami.

Trasferitosi ad Aleppo, in Siria nel 2012, Haji Bakr apre gli uffici della “Dawah”, un’organizzazione caritatevole, nella quali istruisce giovani su tecniche di intelligence per destabilizzare e conquistare un Paese, spiega i piani per organizzare finanza, scuole, asili, mezzi di comunicazione e trasporto.

Infine, addestra al combattimento in improvvisati campi, volontari provenienti da Iraq, Tunisia, Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Giordania, Indonesia, Europa, Cecenia e Uzbekistan.

Nel suo progetto di rivincita, sin dal 2010 Haji Bakr, in qualità di capo del circolo degli ex Ufficiali iracheni, designa come leader del nascente Califfato Abu Bakr al-Baghdadi, definito “nazionalista e non un islamista” e religioso quanto bastava per attrare i giovani conferendo al gruppo una dimensione religiosa.

 

drone sparante copertina

 

Memoria breve e Caos costruttivo

Haji Bakr viene ucciso nel gennaio 2014 a Tal Rifaat da militanti dell’Esercito Siriano Libero che non sapevano neanche chi fosse.

Solo recentemente, dalla documentazione trovata nella sua casa siriana a Tal Rifaat, e pubblicata sulla rivista tedesca “Spiegel” (aprile 2015) si realizza la valenza di schemi, elenchi, programmi e progetti che descrivono le tecniche per la graduale destabilizzazione e conquista di un Paese.

Tutto ciò mentre l’occidente elebora la teoria del ‘caos costruttivo’, evocata nel 2005 dall’allora Segretaria di Stato Condoleeza Rice per spiegare la politica del Presidente Bush e annunciare un futuro prossimo che avrebbe costruito la democrazia.

Dieci anni dopo, il caos di Condoleeza si è esteso, proprio come voleva la dottrina presidenziale al ‘Grande Medio Oriente’, dal Pakistan al Sahel.

Il caos si è visto, la costruzione della democrazia no.

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