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venerdì 20 Settembre 2019

Azione di polizia in Libia
Cappello Onu e forze Ue

Dopo le sparate a incasso elettorale sui ‘Blocchi navali’, arriva in buon senso. L’Italia chiederà al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che autorizzi una operazione di polizia internazionale in Libia. Stroncare il traffico intervenendo nei porti di partenza. Dimensioni della sfida

Dopo le scemenza elettorali di affondamenti indiscriminati e Blocchi navali come azioni di guerra, si inizia a ragionare sul possibile. Oggi se ne parlerà al vertice dei ministri degli Esteri della Unione Europea. L’Italia chiederà al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la cornice legale che autorizzi una operazione di polizia internazionale in Libia. Affrontare e stroncare il traffico degli schiavisti del XXI secolo nei porti di partenza delle imbarcazioni. Corsa contro il tempo. Per il delegato delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, l’intesa per un governo di pacificazione nazionale potrebbe essere vicina.

 

Uno spiegamento di forze imponente
Uno spiegamento di forze imponente

 

Ed è questo il passaggio chiave in grado di accelerare tutto: il nuovo governo potrebbe addirittura chiedere l’intervento delle forze militari internazionali per reprimere i trafficanti. Purchè accada in tempi brevi, brevissimi. Altrimenti altre soluzioni. Appunto, operazione di polizia internazionale è l’ipotesi su cui l’Italia cerca di costruire il consenso dei Paesi Ue. Ognuno dei quali dovrà dare però disponibilità a fornire uomini e mezzi. Militari per neutralizzare gli ‘schiavisti del XXI secolo’, è lo slogan. Ma non sarà per niente facile trovare sostegni nelle decisioni e soprattutto mezzi e soldi.

 

Per fortuna Palazzo Chigi ha subito bocciato l’ipotesi del blocco navale (Blocco navale-scemenze in libera uscita http://www.remocontro.it/2015/04/20/blocco-navale-libia-scemenze-in-libera-uscita/ ) che dal punto di vista del diritto internazionale (e del buon senso) anche per le condizioni della Libia. L’unico precedente di blocco navale nel Mediterraneo risale al 25 marzo del 1997, quando i ministri degli Esteri autorizzarono il blocco navale dell’Adriatico. E il Venerdì santo, una nave militare italiana speronò un peschereccio albanese, il Kater I Rades, provocando un centinaio di morti.

 

Ma torniamo al Canale di Sicilia. Se non si interviene in qualche modo, il numero di migranti che proverà ad attraversare quel mare sarà di diverse centinaia di migliaia, valutano gli esperti, mentre nel 2014, tra corpi recuperati e stime di naufragi avvenuti, ci sono stati 3.500 morti. Quell’umanità in fuga da guerre, carestie e dittature. Sette su 10 dei disperati sono potenziali rifugiati. Solo pochi inseguono il sogno d’un lavoro e quasi tutti scappano dall’incubo di guerre e despoti sanguinari. E i nuovi migranti vengono da Eritrea, Somalia, Mali, Sudan, Ciad. Oltre l’onda ininterrotta dei siriani.

 

Drone Predator armato ora in possesso anche dell'Italia
Drone Predator armato ora in possesso anche dell’Italia

 

La dimensione della sfida in un report del Geopolitical Center. Fregate, corvette e pattugliatori a tre miglia dalle coste libiche e coordinati da una nave da assalto in grado di controllare l’area costiera intorno a Zawyah da dove salpano la gran parte dei barconi di migranti. La sicurezza del litorale contro eventuali attacchi di miliziani con gli elicotteri dalle portaerei Cavour o Garibaldi o dalle basi dell’aeronautica di Trapani e Pantelleria. Un contingente in Libia di 4/5 mila militari, una ventina di elicotteri, altrettanti velivoli e una mezza dozzina di unità navali: almeno 500 milioni all’anno.

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