Privacy Policy GATTO RANDAGIO In groppa a Marco Cavallo da quando c'erano i 'matti' -
mercoledì 22 Gennaio 2020

GATTO RANDAGIO
In groppa a Marco Cavallo
da quando c’erano i ‘matti’

Gatto randagio si arrampica sempre su temi ‘scoscesi’. Oggi fa nitrire Marco Cavallo uscito dal manicomio di Trieste grazie a Franco Basaglia. Francesca de Carolis ignora che anche RemoContro in carne e ossa ha iniziato il mestiere del giornalista sui manicomi. Forse per questo siamo un po’ matti

Pensando a Marco Cavallo… il gigante di cartapesta nato nel fantastico laboratorio dell’Ospedale psichiatrico di Trieste. Era il 1973 e forse molti a Trieste ancora ricordano il giorno in cui attraversò le strade della città, in testa a un lungo corteo, accompagnato dagli ospiti del San Giovanni. Un gigante azzurro, simbolo della lotta contro tutti i manicomi. Simbolo anche, col rimando al sogno azzurro d’amore di una poesia di Bertold Brecht, della liberazione dell’immaginario…

Ebbene, Marco Cavallo non solo è ancora vivo, anzi vivissimo, ma è oggi anche uno splendido attore… di quelli che battono quella “terra di mezzo”, fra il giornalismo e il cinema, che oggi sa e osa raccontare. Con più profondità di quanto mediamente facciano giornali e tv, con più forza e rigore di linguaggio di quanto mediamente non sappia fare il cinema italiano.

Questo ho scritto sul mio taccuino d’appunti, dopo aver assistito la settimana scorsa alla proiezione, in Senato, di “Il viaggio di Marco Cavallo”, il racconto dei 4000 chilometri che lo scorso anno il cavallo di cartapesta ha percorso attraversando l’Italia, da Nord a Sud, per chiedere la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e, più che manicomi regionali-mini OPG, Centri di Salute Mentale che siano aperti 24 ore su 24.

 

Franco Basaglia, lo psichiatra che liberà la malattia mentale dalle sbarre dei manicomi
Franco Basaglia, lo psichiatra che liberò la malattia mentale dalle sbarre dei manicomi

 

Vigilia del viaggio. Poche pennellate, per ridare smalto al bel manto brillante d’azzurro, e il profilo equino, proiettato verso il cielo, sembra fremere d’attesa. Se fate attenzione, potete percepire uno scalpitio di zoccoli… E riempie d’emozione e tenerezza, quel suo corpo ampio, le lunghe zampe appena arcuate, col passo largo dei cavalli a dondolo dei giochi andati. Lì sul cassone dell’autocarro, come ragazzino in gita… o trainato, su pedana a rotelle, in cortei festosi, come fu per quella sua prima uscita di oltre quarant’anni fa…

A tirarne le immaginarie briglie ( o a farsi dal cavallo trainare?) c’è sempre Peppe Dell’Acqua, psichiatra che fu nell’équipe di Franco Basaglia e oggi ne viene considerato l’erede. “Storico” direttore del dipartimento di Salute Mentale di Trieste che, andando andando per l’Italia, va spiegando, in ogni piazza, nelle strade, nei palazzi del potere, dove lui e i suoi collaboratori e il cavallo azzurro si fermano, che tutti, ma proprio tutti, sono titolari di diritti, e questi vanno restituiti a coloro ai quali li abbiamo negati. Per le persone prigioniere degli OPG, il diritto, prima di tutto, ad essere persona.

Emoziona e commuove l’alta sagoma che si staglia nei riquadri dei portoni, fra le ombre delle mura. Che paziente bussa e aspetta alla porta degli OPG. Che ancora chiudono uomini.

 

Non frugherete, con questo filmato, nell’orrore degli interni che altri documenti ci hanno ben mostrato. Bastano i volti delle persone internate chiamate a raccolta, dove le porte non sono rimaste chiuse, mentre ascoltano le parole di Dell’Acqua, su quel che si sta facendo, su quello che succederà… Basta ascoltarne, fra i silenzi, le affievolite voci, le domande timorose, il chiedere e non chiedere, gli accenni a vite che un assurdo intreccio di leggi e psichiatria ha reso inimmaginabili inferni. Consapevoli tutti dell’illegalità del limbo nel quale li abbiamo gettati, perché malati di “malattia da reprimere”. Alcuni persi, alcuni stupiti, quasi, che qualcuno sia lì ad ascoltarli, liberandoli per qualche attimo dalla silenziosa esclusione. Come fossero anche loro persone…

Basta ascoltare la voce che tenta di farsi largo nel suono impastato dagli anni di silenzio e psicofarmaci: “Se a un cavallo gli chiedi: lo sai che cos’è la libertà? Ti dirà: correre nella prateria. Ma se a un cavallo legato chiedi cos’è la libertà.. ti dirà: prima essere liberato e poi correre nella prateria”.

 

Capirete che Marco Cavallo ancora una volta dimostra che si può ( e si deve) dare voce a tutti. Rinnovando quel miracolo che fu la sua nascita: la costruzione di un linguaggio per dare voce a chi era stata rubata. Perché la voce, ce l’hanno tutti. Anche le pietre, mi disse in un’intervista tempo fa Giuliano Scabia, il drammaturgo che insieme a un gruppo di artisti, nel laboratorio dell’allora manicomio di Trieste, guidò il lavoro collettivo che partorì il gigante azzurro. Paradiso Terrestre fu chiamato quel laboratorio, perché davvero Paradiso Terrestre fu per gli internati, che con le loro voci ritrovate riuscirono a comporre il poema di quei giorni.

 

Marco Cavallo e le sue infinite possibili ombre
Marco Cavallo e le sue infinite possibili ombre

 

Cosa mettiamo nella pancia del cavallo? Ci si chiese una mattina nel laboratorio… La pancia si riempì dei desideri di tutti, affidati a bigliettini: la sciarpa rossa, funghi trifolati, caviale, lepre in salmì, soprattutto cibo buono. Ma anche un fiore, una bambolina, una canzone, una stella cometa, la Rosina vestita da Regina…

Ripensando ai desideri di allora che, sicuro, ancora riempiono la pancia del cavallo… pensando ai desideri delle persone che nel suo viaggio, oggi, Marco Cavallo ha voluto incontrare… Non è difficile leggerli in filigrana nel racconto.

Il “Viaggio di Marco Cavallo”, dunque. Suggerirei di proiettarlo nelle scuole. E di andarlo a vedere tutti, anche come buon antidoto contro pregiudizi e luoghi comuni. Contro la disinformazione che ancora tanto impazza in giro, a fomentare paure e avallare ignoranze. Oggi che gli Ospedali Psichiatrici giudiziari vanno via via chiudendosi. Perché la chiusura degli OPG, non si stanca mai di ripetere Marco Cavallo, è solo l’inizio di un percorso.

Lo sentite? Ancora, lancia, nel cielo, nitriti…, per dirci, che il seguito, sta anche a tutti noi.

 

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