giovedì 18 luglio 2019

Un tempo sognavo di fare il giornalista
Da ‘grande’ vorrei ci fossero ancora giornali

John Lloyd, su La Repubblica del giorno dopo il ‘pesce d’aprile’ viene a spiegarci le cinque leggi di Internet che cambiano l’informazione. Analisi precisa e schema puntuale. E io che ho ‘curiosato’ in quel mestiere per oltre 40 anni partendo dalla composizione a piombo, come faceva Gutenberg, e inciampato nella Tv in bianco e nero […]

John Lloyd, su La Repubblica del giorno dopo il ‘pesce d’aprile’ viene a spiegarci le cinque leggi di Internet che cambiano l’informazione. Analisi precisa e schema puntuale. E io che ho ‘curiosato’ in quel mestiere per oltre 40 anni partendo dalla composizione a piombo, come faceva Gutenberg, e inciampato nella Tv in bianco e nero su pellicola 16 millimetri battendo il ciak come a Cinecittà, mi seppellisco. Preistoria se mai uno avesse veramente vissuto e raccontato il mondo attraverso quegli  strumenti museali tipo la penna o la macchina da scrivere. Per fortuna è arrivato John Lloyd (c’è in po’ di astio perché certe verità fanno male, come dice la canzonetta), che ci insegna a trasformare questi nostri siti, blog, spazi, passatempi (chiamali come vuoi), in qualcosa di simile al giornalismo. Quello ‘vero oggi’, non preistoria con vincoli professionali e ordinativi ormai moribondi. Ma il ‘vero giornalismo’, per essere vero deve essere prima giornalismo (attenti all’ordine dei fattori perché qui il prodotto cambia), o basta che sia veloce e vario per diventare vero?

 

Postulato (come a scuola). La rete, che continua a rivoluzionare la nostra esistenza quotidiana, sta trasformando il giornalismo in una professione nuova. Per iniziare, ha stabilito una serie di “leggi” fondamentali che al momento appaiono sufficientemente solide da durare nel futuro. Quanto?

1. La Rete scardina le offerte giornalistiche tradizionali. I quotidiani sono contenitori di elementi tra loro diversi: le notizie del giorno, vignette, analisi, eccetera. La Rete isola ciascuno di questi contenuti. Se desideri le notizie del giorno vai su un sito di attualità, per lo sport hai i suoi siti, e via dicendo. E il ‘pacchetto’ dei quotidiani si trasforma in diversi pacchetti web dai contenuti specifici. Lo stesso per i notiziari televisivi o radiofonici. Perché aspettare per una notizia che potrebbe essere ultima in scaletta e quasi certamente ripetuta, quando basta digitare la parola-chiave su un motore di ricerca per trovarla subito?

2. Gli utenti abbandonano i quotidiani e le riviste di attualità a favore della Rete. Crollo della distribuzione e assieme crollo della pubblicità. I giornali costretti a ridurre il personale e il numero di pagine, vendono ancora di meno. La pubblicità va verso la rete ma paga gli spazi  tre soldi. Trappola: quotidiani storici che spingono sul web per compensare la carta, ma la pubblicità non paga nè le copie in meno nè il web. Anche la televisione risente di questa dinamica, sebbene in misura minore, visto che nella maggior parte dei casi i canali tv attraggono spettatori con l’intrattenimento e non più con i telegiornali.

3. Necessità economiche e compromessi un tempo impensabili con i pubblicitari. Grandi giornali come il New York Times, il Guardian, Le Monde, pubblicano inserti pubblicitari e promozionali in tutto simili al contenuto giornalistico. Le agenzie di Pr e le corporation producono in proprio canali e programmi, senza dover ricorrere ai canali televisivi tradizionali. Si tratta di programmi e video spesso qualificati e con buoni ascolti.  E il confine tra contenuto editoriale e pubblicitario si fa sempre più labile. La stessa Rai ha ormai accettato di inserire promozioni commerciali nella fiction senza renderle evidenti al pubblico.  

4. Il giornalismo non detiene più il monopolio sulle notizie. Attraverso blog, Facebook, Twitter e altri mezzi, milioni di utenti possono far conoscere la propria versione dei fatti. I ‘cittadini giornalisti’ sono spesso i primi a diffondere informazioni riguardo incidenti, guerre e disastri. Le testate inseguono scambi con il proprio pubblico. Sempre più spesso i giovani prediligono i social media ai mezzi stampa tradizionali, e vengono a sapere e scelgono fatti e storie attraverso ‘amici’ anziché le prime pagine dei giornali o la scaletta del Tg. Volti e nomi della comunicazione possono in tal modo diventare anche ‘guru politici’ perché familiari.

5. Velocità e versatilità della Rete. Se vogliamo sapere qualcosa su un argomento specifico, una ricerca, una inchiesta o approfondimento giornalistico, possiamo raccogliere elementi su misura per le nostre esigenze, da quotidiani, riviste, siti televisivi, ma anche da università, enti pubblici e governativi, musei e gallerie, libri pubblicati gratuitamente o scaricati per poco da Internet. La rivoluzione ci è piombata addosso mentre facevamo finta fosse una sommossa passeggera, un aggiustamento ‘tecnico’. Ma adesso è tutta vera rivoluzione tecno-culturale o a volte è solo un po’ di bordello per editori d’avventura? Io RemoContro.

giornale panchina sito tagliato

PS. Tra nuovo e vecchio giornalismo io scelgo il buon giornalismo, che non è poi così difficile trovare. Certo uno matura qualche pretesa dalle grandi ‘testate’ dove i contratti di lavoro nazionali garantiscono tutele e dignità di compenso. Qualcosa di più e di meglio del ‘copia/incolla’ che è il vero cancro della versione web anche di grandi testate. Malattia che ha già ucciso le All News senza che le stesse se ne siano ancora accorte. Il problema non è più la notizia ma come la racconti e la sviluppi.  Le notizie d’agenzia lette male e illustrate peggio, nessun cenno di spiegazione oltre i fatti, l’evento immobile senza lo sforzo di una chiave di lettura.

Rai dove vai. Come con tutti i grandi amori, dopo l’abbandono, il dolore diventa rabbia e fa eccedere. Io abitualmente impreco ad ogni piccola dose di telegiornale (sempre più piccola) che mi posso consentire. Dove è il mondo, e dove mi viene offerto ciò che giustifica il prezzo? Non dico i grandi inviati (che nascosti in qualche scantinato redazionale ancora ci sono), o i bravi corrispondenti (entità fantasma mai in onda), non dico i pezzi diversi da una edizione all’altra, o qualche spiegazione oltre l’elenco dei morti. A lanciare di sasso è il dettaglio: è vero che la Rai ha rinunciato all’agenzia France Presse? Acqua alla gola o qualcuno è matto?

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