martedì 25 giugno 2019

Le guerre italiane dove non fummo ‘brava gente’

A 70 anni dalla II° Guerra mondiale è documentato che anche le truppe italiane commisero ‘crimini di guerra’ nei Balcani, in Grecia, in Etiopia. ‘Times’ e ‘Chronicle’ nel ’43 denunciano le azioni italiane in Slovenia. Rimossi i generali Ambrosio e Roatta ma il Sim occulta. Processi nessuno

Giovanni Punzo

«Italiani brava gente» si dice, ma purtroppo non fu non sempre così. A settant’anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale il fatto è ormai assodato e innegabile: anche le truppe italiane – non solo nelle colonie – commisero atti gravi ed efferati, in altre parole ‘crimini di guerra’ contro le popolazioni civili dei paesi occupati. Sbagliato accettare acriticamente il mito, ma altrettanto sbagliato lanciare accuse indiscriminate o non riconoscere che, in parecchi casi, si verificarono anche dei comportamenti individuali rispettosi delle popolazioni o comunque meno oltraggiosi di altri. Inaccettabile tuttavia nascondersi dietro questi comportamenti per negare l’altra verità e cioè quella dei crimini, perché si tratta di vera e propria manipolazione.

Il generale Badoglio in Africa orientale, accusato di crimini di guerra
Il generale Badoglio in Africa orientale, accusato di crimini di guerra

La questione dei criminali di guerra italiani non fu affatto sollevata nel clima della ‘guerra fredda’ per motivi ideologici, ma nacque prima: già nell’ottobre 1943 – più o meno un mese dopo l’Otto Settembre – giornali inglesi quali il «Times» o il «New Chronicle» espressero severe accuse sul comportamento italiano nella Slovenia occupata. Il governo Badoglio fu costretto a rimuovere dagli incarichi rivestiti i generali Ambrosio e Roatta, ma da allora partì anche una sorta di ‘versione ufficiale dei fatti’ che si basava sulla situazione «complessa e intricata dei Balcani», sulla diversità italiana rispetto alla brutalità tedesca e sul carattere ‘umanitario’ dell’occupazione (ovvero il vecchio tema degli odii atavici mai sopiti e del ginepraio di popoli). Mezze verità insomma furono invocate per occultare fatti di estrema gravità.

Numerosi documenti conservati negli archivi raccontano particolari illuminanti. Nel novembre 1944 fu incaricato il Sim (Servizio Informazioni Militari) di condurre un’accurata inchiesta e di produrre «adeguata controdocumentazione» su temi roventi: i crimini commessi dagli jugoslavi contro gli italiani, i crimini commessi dalle diverse fazioni in lotta contro la popolazione civile, l’attività svolta a favore della popolazione da parte italiana e infine i fatti di cui erano accusati gli italiani. A conclusione di questa inchiesta interna riservata si ammise tuttavia che «gravi atti» contro la popolazione civile erano stati in ogni caso compiuti («[…] abitati sono stati bruciati, partigiani con le armi in pugno passati per le armi, popolazioni deportate»), mentre si trattava al contrario di mettere in luce l’operato positivo occultando indirettamente questi «atti».

1942, XX era fascsita, 'Comunista fucilato, Montenegro'.
1942, XX era fascista, ‘Comunista fucilato, Montenegro’.

Molto prima che arrivassero le richieste ufficiali di consegna dei criminali di guerra furono insomma messe in atto varie iniziative per non farlo, avendo però piena consapevolezza di quanto accaduto. Benché si trattasse di una richiesta legittima, fu rivendicato il diritto di processare in Italia i responsabili ben sapendo però che non sarebbe avvenuto. In seguito, nonostante le pressioni internazionali e la presenza in Italia del Governo militare alleato, si sviluppò una tattica dilatoria che avrebbe sempre posticipato sine die la risoluzione del problema. Nel frattempo – giunti ormai alla soglia degli anni Cinquanta – cambiarono gli equilibri internazionali e la Grecia rinunciò espressamente a chiedere la consegna dei responsabili. Si allentò anche la pressione della Jugoslavia – impegnata nel dissidio con l’Unione Sovietica – e rimase solo l’Etiopia a chiedere giustizia, ma con il tempo anch’essa perse l’appoggio dell’Inghilterra.

 

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