mercoledì 17 luglio 2019

Le contraddizioni ucraine
sostegno Usa anti Russia
e la storia di Stalingrado

Un proverbio popolare dice che la Russia non è mai forte come sembra ma nemmeno mai così debole come appare. Numerosi eserciti stranieri hanno sperimentato questa verità riportando a volte eclatanti vittorie o brucianti sconfitte. Spesso è stato l’inverso russo ad essere il vero artefice della distruzione degli eserciti nemici: duro, spietato, gelido, implacabile, apparentemente […]

Un proverbio popolare dice che la Russia non è mai forte come sembra ma nemmeno mai così debole come appare. Numerosi eserciti stranieri hanno sperimentato questa verità riportando a volte eclatanti vittorie o brucianti sconfitte. Spesso è stato l’inverso russo ad essere il vero artefice della distruzione degli eserciti nemici: duro, spietato, gelido, implacabile, apparentemente senza fine. Un inverno così possente da entrarti dentro, a ghiacciarti l’anima prima che le carni che l’avvolgono.

Vi sono racconti di soldati italiani impegnati nella campagna di Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale, che sono testimonianze della severità di questo Re glaciale: quei soldati entravano nelle isbe contadine cercando riparo e magari una ciotola di minestra calda per sfuggire ad un freddo così assoluto da incutere in loro il terrore che il loro stesso spirito ne uscisse cancellato. A volte dentro le casupole trovavano una pattuglia di soldati russi che li lasciava riscaldare e poi andar via, a tornare nemici dopo quella tregua non negoziata lunga poche cucchiaiate di zuppa.

Anche Napoleone, il grande condottiero francese, può dire qualcosa sull’inverno russo e quanto sappia punire chi progetti di conquistare la Russia in tempi brevi, mostrando tali ambizioni per quello che realmente sono: pura e semplice presunzione.

In tempi più recenti l’esercito del Terzo Reich ha imparato a proprie spese quanto possa essere micidiale il connubio tra il gelido inverno e le straordinarie capacità di resistenza del popolo russo.

Malgrado gli iniziali successi e le vittorie conseguite in maniera formidabile, i tedeschi si scontrarono presto con i problemi già sperimentati da altri invasori: larghezza del fronte di guerra, linee di rifornimento sempre più lunghe, difficoltà a proteggerle, attacchi lampo dei soldati russi, il freddo implacabile dell’inverno. Un po’ alla volta, la potente macchina da guerra nazista si arrestò davanti alla tenacia, al coraggio, al desiderio di vittoria del popolo russo che seppe resistere e contrattaccare, costringendo i tedeschi a ritirarsi sconfitti a Berlino e ponendo così fine alla Seconda Guerra Mondiale.

La battaglia di Stalingrado fu una delle più aspre combattute durante il secondo conflitto mondiale. Lasciamo agli storici raccontare con dovizia di particolari tutte le fasi alterne della battaglia che iniziò il 17 luglio del 1942 e terminò il 2 febbraio del 1943 con la resa del generale tedesco Von Paulus, catturato dentro la Sacca di Stalingrado: per quanto la storiografia possa essere completa e dettagliata, essa non potrà mai raccontarci veramente il clima vissuto in quei giorni da chi stava combattendo e da chi, invece, i combattimenti li subiva.

Maidan nazi

Gli storici non potranno mai raccontarci i sentimenti sperimentati dai soldati al fronte, le loro paure, le loro angosce. E noi non potremo mai conoscere, se non per sentito dire, gli stati d’animo dei civili che non riuscivano a fuggire, tormentati dalla fame, dalla sete, dalla sporcizia, dalle malattie e dal freddo durante il lunghissimo e spaventoso assedio della città. Un soldato russo scrisse nel suo diario che perfino i cani fuggivano gettandosi nel Volga perché le notti di Stalingrado li spaventavano.

La città portava il nome di chi comandava l’Unione Sovietica in quegli anni ed Hitler la voleva conquistare per una questione di principio. Stalin voleva difenderla ad ogni costo per gli stessi identici motivi. Stalingrado era un simbolo per entrambe le parti.

In breve fu un carnaio, come poche altre volte nella Storia ma, è giusto ricordarlo, i Russi difendevano la loro Patria contro un nemico invasore che aveva già deciso quale fine riservare loro in caso di vittoria: la strada dei forni crematori, come per gli ebrei.

Stalingrado, ora Volgograd, vive nel vissuto collettivo del popolo Russo al punto che qualcuno ha trovato naturale colpirla con attentati terroristici poco prima dell’inaugurazione dei giochi invernali di Sochi. Si ritiene che sia stata la lunga manus del principe Bandar, ex capo dell’intelligence saudita: un modo per vendicarsi della fermezza del presidente Putin sulla questione siriana.

Tira una brutta aria in Europa e dall’altra parte dell’Atlantico. Per il momento, tuttavia, i governanti russi si sono dimostrati più assennati dei loro colleghi occidentali. Non tutto è perduto ma ciò non di meno è sempre più necessario ricordare le vicende del passato affinché aiutino ad affrontare ciò che ci si para innanzi. Ecco perché Stalingrado mantiene intatto tutto il suo valore simbolico e costituisce un monito per noi tutti, presenti e futuri.

Costantino Ceoldo

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