giovedì 20 giugno 2019

Energy Union europea
un bluff chiamato
sicurezza energetica

Al summit europeo del 19 marzo si torna a parlare di Union Energy. Progetto ambizioso solo nelle dichiarazioni. Gli analisti accusano: la commissione Junker non risolve la questione della sicurezza energetica e della dipendenza dal gas russo. E le fonti rinnovabili rimangono un esercizio retorico

Al vertice europeo di giovedì 19 marzo si torna a parlare di Energy Union, il piano della Commissione Junker per la creazione di un mercato unico dell’energia in Europa. Un progetto ambizioso quasi solo nelle dichiarazioni. Per molti, infatti, la risoluzione di Bruxelles è un mero esercizio retorico, dal momento che nel documento non si affrontano i nodi più spinosi della questione: come diminuire la dipendenza degli Stati membri dal gas di Mosca? Quali sono i tempi per riuscirvi e quanto costa? Tutte domande sulle quali il testo Junker fa spallucce.

 

energy union 1

 

Solo qualche dato: l’Unione europea importa il 53% del proprio fabbisogno energetico per un costo di circa 400 miliardi di euro l’anno. Almeno sei Paesi membri dipendono da un singolo fornitore esterno di gas, ovvero Gazprom. La Russia può decidere da un momento all’altro di chiudere i rubinetti, lasciando senza gas decine di milioni di europei. La sola Italia importa circa il 30% del proprio fabbisogno energetico dal colosso russo. Segno che l’Europa deve darsi una politica alternativa per l’approvvigionamento di energia.

 

L’Ucraina, gioco forza, sarà al centro del dibattito del summit europeo. La guerra tra Mosca e Kiev rende imprevedibile le conseguenze per gli approvvigionamenti energetici, rendendo necessaria l’individuazione di soluzioni alternative. Peccato che ogni rimedio porta scritto il nome Gazprom, cambiando poco lo stato di cose. Il gas russo, infatti, continuerà ad arrivare in Europa attraverso la nuova bretella del Turkish Stream, il gasdotto che sostituisce in parte la rete attuale. E le proposte di Bruxelle per ovviare alla situazione non appaiono lungimiranti.

 

Ecco quali sono: 1) Messa in opera di un network europeo di gas naturale liquiquo; 2) Sviluppo di un Mediterranean Gas Hub, ovvero favorire l’importazione di gas dall’Algeria, dal Medio Oriente e dall’Africa, sviluppando contemporaneamente una partnership strategica con la Turchia, il Turkmenistan e l’Azerbaijan; 3) Sviluppare una partnership energetica con l’Unione per sviluppare “investimenti europei” in quel Paese; 4) Promuovere lo sfruttamento delle risorse “domestiche”, incluso lo shale gas. L’Europa spinge l’acceleratore sui vecchi sistemi di produzione di energia, compreso il carbone (vedi qui).

 

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Poco invece viene detto in favore delle soluzioni durature e a basso impatto ambientale: lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile. Un serio investimento nelle reti e nei sistemi di accumulo porterebbe alla tanto acclarata sicurezza e stabilità energetica. Senza contare che vento e sole garantirebbero costi di produzione e di consumo più bassi di quelli attuali, rendendo più eque le bollette elettriche degli europei. E infine solo con le rinnovabili l’Europa può raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, combattendo davvero contro il riscaldamento globale che minaccia la vita umana sulla terra.

 

Massimo Lauria

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