Feluche alla riscossa
La diplomazia, resa impotente dalla ferocia della guerra civile, sembra riprendere un suo ruolo nella infinita crisi siriana. Tassello più recente, l’incontro del delegato delle Nazioni Unite con Assad. In precedenza i colloqui svolti a Mosca alla fine di gennaio fra Bashar Jaafari, rappresentante siriano all’Onu, ed esponenti dell’opposizione moderata.
Il Vertice di Mosca ha messo in evidenza la frammentazione dei gruppi di opposizione alcuni dei quali tuttavia non hanno escluso un’iniziale tregua ad Aleppo.
De Mistura avrebbe proposto al Consiglio di Sicurezza la necessità di una soluzione politica al conflitto senza l’uscita di scena immediata del Presidente Assad, tuttora in grado di controllare il 50% del Paese e forse di svolgere un ruolo di pacificazione.
Il delegato Onu avrebbe ricevuto un positivo segnale che potrebbe consolidarsi con l’arrivo in area del Segretario di Stato statunitense John Kerry.
Possibile ripensamento Usa?
Il riposizionamento statunitense auspicato da De Mistura si scontra però con numerosi e interessati protagonisti esterni fra i quali spiccano Arabia Saudita, Francia, Israele e Turchia.
Riyadh ha sempre controllato la Siria, snodo geostrategico dell’intera regione, attraverso il Libano. A Beitut o sauditi hanno imposto Presidenti e Premier in chiave anti-sciita.
Non a caso, contestualmente alla relazione presentata da Staffan de Mistura, si sono moltiplicati gli appelli di esponenti politici libanesi sunniti contro la presenza in Siria di combattenti sciiti Hez’b Allah.
In realtà, oltre agli Hez’b Allah sono presenti in Siria centinaia di libanesi pagati dai Paesi del Golfo che combattono insieme ad al-Nusra, Esercito Libero Siriano e Isis contro Assad.
Le infinite parti in campo
RUSA e Francia hanno appoggiato le forze politiche libanesi dello schieramento occidentale. L’attuale Premier libanese, Tammam Salam, gode -come già visto- del supporto attivo dell’Arabia Saudita.
La Turchia, Paese NATO, opera sin dall’inizio delle prime dimostrazioni di protesta in Siria come vero e proprio hub per combattenti e aspiranti tali destinati ad alimentare le numerose milizie anti-Assad.
Erdogan non combatte Isis ma continua a contrastare le componenti curde contigue al Pkk che, con poche armi a pochi combattenti hanno scacciato Isis da Kobane.
Più defilata la posizione israeliana, interessata a evitare che sciiti libanesi e iraniani consolidino postazioni ai piedi del Golan e, nello stesso tempo, teme che la caduta del regime possa avere conseguenze disastrose per l’instabile equilibrio regionale, con il rischio di un’ulteriore espansione dell’Isis.
Questione sociale ed economica
L’appello del Presidente statunitense Obama rivolto a tutta la componente islamica chiedendone la mobilitazione contro Is e le frange jihadiste che offendono la loro stessa religione, appare un primo segnale di avvicinamento ai suggerimento Onu di De Mistura.
L’appello di Obama in sostanza esclude si tratti di uno scontro di civiltà o di una questione culturale e religiosa, ma piuttosto di una questione sociale ed economica.
Un Occidente con un alto il livello di giustizia sociale e pratiche economiche includenti, metterebbe fuori gioco l’esistenza stessa di Isis che attrae giovani, musulmani e no, con un vissuto di emarginazione, privati del futuro, gruppi oppressi e senza prospettive, spesso senza famiglia e con pregresse esperienze di devianza sociale e conseguente circuito carcerario, di non elevata istruzione e poco conoscitori di temi religiosi.
Aldo Madia