giovedì 18 luglio 2019

Riforma della Rai era ora
Molte proteste dei partiti
Ancora la lottizzazione?

Diciamolo francamente: potrebbe aver ragione Renzi a voler procedere come un treno sulla riforma della RAI. Questa strana alleanza tra destra e sinistra nell’ostacolare l’intenzione riformatrice fa il paio con il voto (incredibilmente unanime) nella Commissione di vigilanza nel tentativo di bloccare una riforma aziendalista e tutt’altro che perfetta, ma comunque antilottizzatoria. E’ un certo […]

Diciamolo francamente: potrebbe aver ragione Renzi a voler procedere come un treno sulla riforma della RAI. Questa strana alleanza tra destra e sinistra nell’ostacolare l’intenzione riformatrice fa il paio con il voto (incredibilmente unanime) nella Commissione di vigilanza nel tentativo di bloccare una riforma aziendalista e tutt’altro che perfetta, ma comunque antilottizzatoria.

E’ un certo modo di fare politica che non vuole morire. Un modo di farepolitica che trova naturale sostegno in molti quadri giornalistici della RAI, che difendono se stessi e non certo il proprio ruolo di servitori pubblici.

Non ho detto che abbia ragione, ma che potrebbe aver ragione Renzi. Per dargli ragione del tutto dobbiamo aspettare l’esito del suo intervento. Non basta disfare la Gasparri, occorre sostituirla con nuove norme.

 

Personalmente sono certo che non debba essere il Parlamento a nominare gli amministratori RAI (il Parlamento, per sua natura, se deve scegliere più di un nome non può far altro che delegare ai partiti la scelta). In alternativa nel nostro ordinamento la responsabilità può essere esercitata solo dal Governo.

Apriti cielo: già sento destra e sinistra strillare al colpo di stato!

Eppure è così: spetta al Governo. Che però deve farlo inserendo nella norma una serie di garanzie perché uomini e donne prescelti siano davvero autonomi, autorevoli e adeguati alla altissima rilevanza del mandato.

 

Trasparenza, qualità, autonomia, nelle norme e nella loro applicazione. E un forte ruolo di controllo della “società civile” sul rispetto del mandato di servizio pubblico.

Se poi qualcuno pensasse che non ne vale la pena, che il servizio pubblico (non più solo radiotelevisivo) può tranquillamente andare in malora, provi a pensare questo: l’Italia sarebbe oggi diversa se negli ultimi 30 anni (ne sono sicuro: 30 anni!) la cultura e la vita pubblica fossero state

presidiate da un servizio pubblico radiotelevisivo degno di questo nome.

E non credo che nei prossimi lustri avremo minori problemi da affrontare e risolvere.

 

Tv mondo

 

*Andrea Melodia, Unione Cattolica Stampa Italiana

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