domenica 18 Agosto 2019

Sud Sudan, Africa suicida
Il diritto tribale, la fame,
e milioni in armi cinesi

Giulio Albanese è africanista, oltre che giornalista e prete (forse l’ordine dei fattori non è corretto). Il Sud Sudan che ci racconta da Juba, la capitale, e uno di quei racconti che paiono parabole sulla follia dell’uomo. Dettagli, tribali, territoriali, risorse da possedere. E miseria assoluta

Peggio di così non poteva andare. Stiamo parlando del Sud Sudan, la più giovane realtà statuale a livello planetario -nata a dopo un referendum di pacifica secessione nel gennaio 2011- ma anche di una terra flagellata da una terribile catastrofe umanitaria, un martirio che si sta consumando in sordina, lontano dai riflettori del sistema mediatico internazionale. Quello che leggete è il resoconto di ciò che ho visto in questi giorni nella capitale Juba, incontrando molti missionari/e che vivono a fianco dei poveri, in questa periferia del mondo. Il quadro generale è agghiacciante: pensate che sono due milioni e mezzo gli sfollati, in fuga dalla feroce guerra civile esplosa nel dicembre del 2013. Migliaia i profughi, donne, vecchi e bambini, massacrati dalle numerose bande armate.

 

La capitale Juba e il corso dell'Alto Nilo
La capitale Juba e il corso dell’Alto Nilo

 

Sta di fatto che secondo le Nazioni Unite, metà degli 8 milioni di abitanti sudsudanesi sono oggi a rischio fame e malattie. Una crisi umanitaria, classificata dalle agenzie umanitarie a ‘livello 3’, lo stesso, tanto per fare un aghiacciante paragone, di quella siriana. Servono derrate alimentari perché tra quattro mesi riprenderanno le piogge e il Paese diventerà impraticabile. I responsabili di questo degrado sono il presidente sudsudanese Salva Kiir e l’ex vice presidente Riek Machar. La tesi prevalente è che il Paese sia sprofondato nel caos per questioni tribali e vecchie ruggini tra il primo, di etnia ‘denka’, e il secondo ‘nuer’.

 

In effetti, già negli anni Novanta, Machar aveva contestato l’allora leader storico dell’Esercito di Liberazione Popolare del Sudan (Spla), John Garang, fondando un movimento scismatico denominato Movimento per l’Indipendenza del sud Sudan (Ssim). Le divergenze, allora, riguardavano l’agenda politica della ribellione che differiva, al suo interno, a seconda della appartenenza etnica. Quando, poi, Garang morì in un misterioso incidente -il suo elicottero precipitò nel luglio del 2005, pochi mesi dopo la firma dell’accordo pace di Nairobi- furono in molti a sospettare che vi fosse la longa manus di Machar.

 

Il successore di Garang, l’attuale presidente Kiir, ebbe anch’egli non poche difficoltà nel contenere la ‘esuberanza’ di Machar, soprattutto quando si trattò di definire la gestione delle risorse petrolifere nella regione del Great Upper Nile (Gup), l’Alto Nilo. Non è un caso se lo Stato di Unity, che occupa gran parte del Gup, sia ora sotto il controllo delle milizie di Machar. D’altronde, quando nel 1983 scoppiò la seconda guerra civile sudanese – detta Anya Nya II – le operazioni dei ribelli dello Spla si concentrarono proprio attorno al bacino petrolifero di Bentiu, 120 chilometri a ovest di Malakal, dove la Chevron aveva realizzato una base operativa.

 

Il presidente sudsudanese Salva Kiir
Il presidente sudsudanese Salva Kiir

 

Come se non bastasse, soprattutto nella prima fase della Anya Nya II, i sudisti divennero sospettosi nei confronti di una colossale opera ingegneristica, quella del canale di Jonglei, per bonificare le vaste zone paludose prossime al Nilo, recuperando a fini agricoli l’acqua che andava perduta per l’evaporazione. Così anche il canale divenne uno degli obiettivi della guerriglia sudsudanese. È curioso che questo stesso scenario, con sfumature certamente diverse, si riproponga oggi con conseguenze che potrebbero davvero essere apocalittiche. La mancanza di un dialogo franco tra le parti, dimostra che nessuno dei contendenti ha titolo per considerarsi estraneo al caos in cui è precipitata la giovanissima Repubblica sudsudanese.

 

A questo proposito, mentre il popolo soffre la fame, il governo di Juba ha pensato bene di acquistare armi del valore di 14,5 milioni di dollari dalla Cina. La verità è che le autorità locali, con la loro condotta – maggioranza e opposizione, governativi e ribelli – hanno delegittimato lo stato di diritto. Venerdì scorso, il governo sudsudanese ha rinviato le elezioni di due anni, prolungando il mandato del presidente Kiir, in flagrante violazione del dettato costituzionale. Le elezioni, secondo la costituzione, si sarebbero dovute tenere prima del 9 luglio (anniversario dell’indipendenza), ma al momento è davvero impossibile organizzare lo scrutinio a causa della guerra.

 

sud sudan bambini grande

 

Secondo il governo, la decisione di rinviare la consultazione elettorale darà la possibilità di portare avanti i negoziati di pace con Machar. Trattative che finora si sono sempre dissolte, quasi fossero bolle di sapone. Kiir e Machar hanno firmato il 2 febbraio scorso l’ennesimo accordo per mettere fine al conflitto che dura da più di 15 mesi. Un’intesa che purtroppo non trova ancora un felice riscontro sul campo, a riprova che manca la volontà politica per passare dalle parole ai fatti.

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