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venerdì 20 Settembre 2019

Nuovo anno nuova penna:
Giulio Albanese e l’Africa
Un lungo viaggio assieme

Primo viaggio in Africa con Giulio Albanese, che è un giornalista ‘coi fiocchi’. Ha diretto il ‘New People Media Centre’ di Nairobi e fondato la ‘Missionary Service News Agency’, la Misna. È un Sacerdote, Missionari Comboniani, studioso ascoltato su Africa e Sud del mondo. Ora ‘remacontro’ con noi

Uno dei tratti caratteristici della geopolitica africana contemporanea è la sua contraddittorietà. Quasi vi fosse un bipolarismo identitario, nel bene e nel male. Da una parte vi è, in alcuni Paesi, una crescita significativa del Prodotto interno lordo e un significativo aumento dell’occupazione; dall’ altra vi sono due fattori che pesano sul presente e sul futuro del continente come pesanti macigni: l’esclusione sociale e il deficit di virtuosismo da parte delle leadership locali. In effetti, fenomeni come il ‘land grabbing’ (l’accaparramento dei terreni da parte di imprese straniere) assieme allo sfruttamento della manodopera, sono fenomeni ben radicati. Dal punto di vista dell’etica politica, i processi elettorali coinvolgono solitamente gruppi di potere e l’esito rispecchia dinamiche regionali o etniche invece che essere espressione di un’alternanza programmatica.

 

Padre Giulio Albanese, giornalista
Padre Giulio Albanese, giornalista

 

Col risultato che le mutazioni avvengono frequentemente a seguito di guerre civili e colpi di stato (Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio, Mali, Madagascar, Repubblica Democratica del Congo ..). Dove si riscontra una discreta stabilità -a volte con evidenti progressi economici come nel caso dell’Angola, Uganda, Rwanda, Camerun, oppure con la stagnazione sociale e l’implosione economica come in Eritrea e nello Zimbabwe- l’azione di governo è sempre saldamente in mano a regimi che resistono all’usura del tempo per l’appoggio incondizionato delle forze armate. Ecco che allora sarà sempre l’uso della forza (più o meno camuffato dalla propaganda) l’elemento discriminante per affrontare i problemi nazionali che via via si presentano.

 

Sta di fatto che, ammesso pure si riesca ad ottenere processi di pacificazione dopo conflitti ventennali, come nel caso del Sud Sudan, gli antagonismi personali sono tali per cui, prima o poi, si torna a combattere. In questo contesto, purtroppo, il ruolo della società civile e quello delle chiese cristiane, nonostante sia cresciuto nel tempo, non è ancora riuscito ad innescare l’agognato cambiamento. Se da una parte è vero che vi è stata una significativa crescita del diritto di cittadinanza in alcuni Paesi come il Ghana e il Senegal, le élite dominanti tendono a soffocare qualsiasi forma di dissidenza. E l’Africa continua ad essere la metafora di una versione, riveduta e corretta, del colonialismo. Una concezione per cui la Storia delle sue nazioni sembra essere il riflesso di quella altrui.

 

Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta si parlava in termini di “guerra fredda” tra i due blocchi, nel ventennio successivo di una parcellizzazione degli interessi più variegati -soprattutto cinesi e americani- mentre oggi assistiamo al monopolio di nuove aggregazioni come nel caso dei Paesi emergenti (Brics) o alla riedizione di modelli coloniali come quello della Françafrique. Sebbene quest’ultima sia stata sconfessata a parole, come dottrina politica, dal presidente François Hollande, continua a resistere nel tempo, con una sorta di maquillage, nello scacchiere saheliano, dalla tormentata regione maliana dell’Azawad al contesto nigerino e quello centrafricano dove il business di uranio e petrolio rappresenta un qualcosa d’irrinunciabile per l’Eliseo.

 

Se a tutto ciò aggiungiamo i pesanti condizionamenti dalla sponda mediterranea (in particolare la crisi libica e quella egiziana) con la costante penetrazione di cellule jihadiste (dalla Nigeria Settentrionale alla Somalia, passando per il Centrafrica) il tanta conclamato “Big Deal” africano andrebbe quantomeno ridimensionato. Un ‘Grande affare’ che appare un progetto di colonizzazione dell’Africa, sponsorizzato da certe confraternite musulmane di matrice salafita, ma anche dalla nuova generazione di imprenditori arabi che considerano strategiche le riserve petrolifere del continente. Una cosa è certa: in Africa, ancora oggi, i fattori esterni sono quelli che maggiormente ne condizionano il destino, col risultato che finora la globalizzazione dei mercati non ha trovato un felice riscontro in quella dei diritti.

 

Burkuna Faso
Un murales di Thomas Sankara, simbolo del riscatto post coloniale africano poi ucciso.

 

Questo continente nel 1960 contava circa 284 milioni di abitanti, mentre oggi sono oltre un miliardo (circa 1.123.800.000 abitanti). Se l’Italia fosse cresciuta allo stesso ritmo oggi gli italiani sarebbero 185 milioni! I numeri allora parlano chiaro. In Africa -in particolare quella Sub-sahariana- vi è una enorme popolazione giovanile, (circa il 60% della popolazione con meno di 25 anni). Se da una parte vi è la responsabilità delle classi dirigenti locali di garantire loro studio e lavoro, dall’altra sono proprio i giovani che potrebbero segnare la svolta. Il loro dinamismo e la loro perspicacia contano più del Pil. D’altronde, come scriveva Plinio il Vecchio, “Ex Africa semper aliquid novi”, dall’Africa infatti arriva sempre qualcosa di nuovo.

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