mercoledì 14 novembre 2018

GATTO RANDAGIO
Visto che è quasi Natale un po’ di commozione che fa bene a tutti

‘Visto che siamo lì lì che è quasi Natale e un po’ di commozione fa bene a tutti, una piccola storia che ha il sapore di un Canto di Natale, come me l’ha raccontata in una lettera Giovanni Farina, ergastolano nel carcere di Catanzaro’. Francesca de Carolis parla alla testa e colpisce al cuore

Questa storia me l’ha raccontata in una sua lettera Giovanni Farina, ergastolano nel carcere di Catanzaro. E’ la storia di un altro Giovanni, reduce di guerra, che aiutava nei lavori di campagna, e che della guerra continuamente ricordava episodi…

Ecco: “Una notte eravamo in trincea, splendeva nel cielo una luna piena che si vedeva oltre il filo spinato, e anche il volo di un piccolo uccello notturno. Avevamo paura a sporgerci per non rischiare di fare da bersaglio a qualche cecchino. Mentre regnava il silenzio più assoluto, sentimmo il pianto di un bimbo. Quel pianto delicato come un piccolo lamento in quel luogo di guerra ruppe il silenzio e nelle nostre orecchie fece più rumore di cento cannonate. Un mio compagno dopo un po’ si trascinò fuori dalla trincea, carponi sotto i reticolati, per raggiungere il luogo dal quale quel pianto proveniva. Dopo circa un’ora lo vedemmo tornare con una bambina in fasce, di pochi giorni. Ci disse che la madre morta la teneva ancora stretta nelle sue braccia. Non avevamo latte, provammo a farle inghiottire dell’acqua zuccherata. Durante la notte la bimba morì. Sulla tomba scrivemmo ‘Volevamo chiamarti Angelita”.

Quel Giovanni, era uno dei galeotti che lo stato mandò in guerra, promettendogli, se fosse tornato vivo, la grazia. Che non venne perché quello stesso stato chiedeva che ci fosse un familiare che se ne prendesse la responsabilità. Ma Giovanni era stato abbandonato da tutti, e sarebbe restato in galera per sempre, pur dopo aver combattuto per la patria, se, dopo averne conosciuto la triste storia, non avesse provveduto a lui il padre del nostro Giovanni Farina… che in carcere, e senza via d’uscita, adesso è lui. La vita…

presepe_napoletano sito

Rileggendo, le pagine di Roberto de Simone sul presepe napoletano… che nella tradizione più classica, ricorda, è simbolo di un viaggio misterico, rappresentazione della discesa in un mondo dove, superata l’angoscia del buio, sarà possibile partecipare all’avvento della nuova luce. Epifania alla quale tutti, ma proprio tutti, sono chiamati a partecipare. Tanto che nei presepi di una volta capitava pure che ci fosse lo spazio di un pensiero per i carcerati… Quando le prigioni erano bastioni nel cuore delle città, e non scatole di cemento respinte, come da qualche decennio si fa, in morte periferie, lontano dagli occhi, dalla mente e dal cuore. Accadeva ad esempio a Pompei, dove fino agli anni settanta si allestiva il presepe dei figli dei carcerati.

De Simone ce lo descrive come una struttura sotterranea, un labirinto dove in molte scene non c’erano personaggi, ma solo suppellettili, sedie, forni, cesti, botti, sacchi di farina… Pensate, fra gli oggetti della realtà quotidiana, quei rimandi muti, inquietanti d’assenze… Eppure augurio, immagino, anche per loro, di un ritorno alla luce, anche per loro, capovolgimento della morte e inizio di nuovo ciclo vitale. Oggi, nei nostri presepi, impoveriti di verità, non vi è più cenno al mondo sotterraneo di chi è in prigione. Ma la terribile verità del carcere, luogo di sospensione del diritto, rimane, nelle sue peggiori espressioni, come la carcerazione senza fine. Rimane il buio del presepe che ci portiamo dentro, se neghiamo universalità al messaggio del ritorno alla luce.

Per la cronaca, dal 2000 al 2014 in carcere si sono suicidate 842 persone. Ne sono morte, per via dell’assistenza sanitaria disastrata, per cause non chiare, per overdose… 2.365. Numeri… dal dossier di Ristretti Orizzonti, aggiornati al 16 dicembre scorso. Qualcuno osservava che questi morti sono più di quelli uccisi dalla mafia. E amen.

A loro, e a tutti quelli in carcere pur vivi, almeno un pensiero, visto che è Natale e siamo tanto buoni… E un’immagine…

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E’ il più antico presepe della storia fatto di statue. Si trova a Roma, in Santa Maria Maggiore. Lo scolpì sul finire del tredicesimo secolo Arnolfo di Cambio. Bellissimo. La coppia del bue e dell’asinello valgono l’intero gruppo. Avevo scattato questa foto, colpita dagli sguardi dei due animali, per fissare l’illusione che l’innocenza che esprimono possa arrivare fino a noi… gli occhi miti, ancora stupiti, del bue… dolcissimi quelli dell’asinello, che ancora sorride…

Come l’attesa non fosse mai stata tradita.

Buon Natale a tutti.

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