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mercoledì 16 Ottobre 2019

Grande amata Turchia
ÖZGÜR BASIN
SUSTURULAMAZ

«Özgür basin susturulamaz», titola a piena pagina ‘Zaman gazetesi’, «La libertà di stampa non può essere messa a tacere». Anche se di questi tempi, per la libertà di stampa in Turchia tira aria pessima con buone probabilità di poter finire in galera. 32 mandati d’arresto per giornalisti con l’accusa di aver costituito un’ organizzazione per […]

«Özgür basin susturulamaz», titola a piena pagina ‘Zaman gazetesi’, «La libertà di stampa non può essere messa a tacere».

Anche se di questi tempi, per la libertà di stampa in Turchia tira aria pessima con buone probabilità di poter finire in galera.

32 mandati d’arresto per giornalisti con l’accusa di aver costituito un’ organizzazione per ‘attentare alla sovranità dello Stato’.

Zaman lascia l’appello alla «Özgür basin» in 7 lingue e il mondo stupisce di fronte a tanta sfrontata regressione autoritaria.

 

La ‘centrale eversiva’ di carta stampata

Zaman è forse il quotidiano più letto in Turchia. Ha la redazione centrale ad Istanbul e quattro in tutta la Turchia, ma si stampa anche in Australia, Azerbaijan, Bulgaria, Germania, Romania, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Macedonia, Turkmenistan e Stati Uniti. Viene distribuito in 35 Paesi e ha redazioni e corrispondenti nelle principali capitali e città del mondo: Washington, New York, Bruxelles, Mosca, Cairo, Baku, Francoforte, Ashgabat, Tashkent, e persino Bucarest.

 

Edizioni internazionali speciali distribuite nelle alfabeti nativi e nelle lingue dei paesi dove sono pubblicati. 10 lingue diverse tra cui kirghizo, rumeno, bulgaro, azero, uzbeko, turkmeno. Oltre ovviamente all’edizione in inglese. Molte redazioni estere e una grande rete di giornalisti stranieri, in particolare in Russia e Asia centrale. La diffusione è di circa 890.000, il più alto in Turchia, dal 2008. Giornale ‘islamico moderato’ che si dichiara sostenitore della democrazia laica.

 

Cronache da un Paese amico alle prese con paranoie autoritarie

Agenzia ANSA, redazione di Ankara. ‘Ennesimo colpo di maglio del presidente turco Recep Tayyp Erdogan contro i media e i giornalisti sostenitori dell’imam Fetullah Gulen, capo della confraternita islamica Hizmet, suo ex-alleato oggi nemico numero uno rifugiato negli Usa. Una prova di forza che ha suscitato l’immediata condanna di Bruxelles e Washington’.

‘Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu, i mandati d’arresto sono in tutto 32 e l’accusa più pesante è di aver costituito un’organizzazione criminale per “attentare alla sovranità dello Stato”. Oltre ai giornalisti del quotidiano sono stati ammanettati anche direttore, operatori e conduttori di una rete televisiva, la Samanyolu, anch’essa simpatizzante di Gulen.

‘Il regime al potere in Turchia dal 2002, dallo scorso inverno ha praticamente dichiarato guerra a Gulen, 73enne predicatore accusato di aver costituito “uno Stato nello Stato” e complottato per rovesciare Erdogan. L’accusa alla confraternita Hizmet di essere all’origine delle inchieste per corruzione contro decine di personalità vicine al suo governo nel 2013’.

 

La Stampa, Marta Ottaviani da Istanbul. ‘Per la Turchia, ormai, è già diventata “l’alba del 14 dicembre”. Questa mattina, in una Istanbul grigia e alle prese con i primi freddi invernali, la polizia ha fatto irruzione, a Istanbul e in altre zone del Paese, in media controllati da Fetullah Gulen, filosofo islamico e a capo di una corrente della destra islamica turca contrapposta a quella guidata dal presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan.

Fra le persone in manette anche il direttore dell’emittente Samanyolu, Hidayet Karaca. Nella tarda mattinata, la polizia è riuscita ad arrestare anche Ekrem Dumanli, il direttore del quotidiano Zaman. Ci avevano già provato all’alba, ma al loro arrivo le forze dell’ordine hanno trovato ad attenderli oltre 500 persone con cartelli con la scritta “giù le mani dalla libertà di Stampa”. Fra loro anche l’ex stella del calcio turco, Hakan Sukur, candidato nel 2007 alle politiche nell’Akp.

 

Hurriyett, quotidiano turco laico. ‘La polizia ha lanciato una operazione contro i media arrestando 31 giornalisti ed ex capi della polizia contemporaneamente in 13 province in tutto il paese. Il raid al quotidiano Zaman è avvenuto alle 07:15 (la 6,15 in Italia) dove i sostenitori del giornale montavano la guardia in di front al palazzo. Voci sulla retata erano circolate già nella notte. La folla davanti alla sede Zaman scandito slogan e striscioni di lettura, “La stampa libera non può essere messa a tacere”

 

Il twitter che spia in casa. Con un tweet postato il 10 dicembre, un misterioso utente Twitter Fuat Avni, aveva anticipato che diversi giornalisti vicini al movimento Gülen e al quotidiano Zaman sarebbero stati arrestati. Raid annunciato per il 12 dicembre con molti dettagli sulle date, nomi e città delle presunte operazioni di polizia. Il 11 dicembre il tweet di correzione: operazioni di polizia che sarebbero state annullate dopo il raid è stato rivelato da un twitt. Ma c’era stato soltanto un rinviato.

 

Fiction quasi blasfema. Tra gli arrestati anche il regista di “Sungurlar”, un dramma pubblicamente criticato da Erdogan, e in onda su Samanyolu, una stazione televisiva nota per i suoi legami col filosofo musulmano statunitense Gülen. Il regista del dramma popolare Engin Koç è stato anche arrestato a Eskişehir. Makbule Çam Alemdağ, sceneggiatore di un altro dramma su Samanyolu chiamato “Tek Türkiye”, e la sua assistente Elif Yılmaz arrestati nella provincia orientale di Van.

 

Zeman computer sito 800

 

I timori del Nobel Orhan Pamuk a Urriyett

«Un Paese dove i giornalisti stanno perdendo il loro posto di lavoro, un luogo dove la libertà di espressione è sempre più a rischio e dove l’atmosfera predominante è quella della paura». Lo ha affermato giorni fa il premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk in un’intervista al quotidiano Hurriyet. «La cosa peggiore è che c’è un clima di paura. Trovo che tutti abbiano paura, questo non è normale. La libertà di espressione è giunta a un livello molto basso». Lo scorso anno decine di intellettuali turchi hanno sottoscritto un appello per la liberazione dei 73 scrittori che si trovano in carcere.

 

In un report pubblicato dall’opposizione in parlamento a novembre, dal 2002, da quando l’Ak Parti, il Partito islamico-moderato per la ‘Giustizia e lo Sviluppo’, ha preso il potere, ben 1800 giornalisti avrebbero perso il posto di lavoro. La maggior parte è stata licenziata perché non gradita all’attuale Presidente della Repubblica Erdogan, già Primo Ministro per 12 anni. Nel 2006 alcuni quotidiani pubblicarono delle schede della Presidenza del Consiglio, in cui erano segnalate testate e singoli giornalisti, con annesso livello di gradimento e quanto erano ‘ricettivi’ a pressioni o lusinghe.

 

Il giro di vite sulla stampa è arrivato all’apice dopo la vittoria di Erdogan alle politiche del 2011 e dopo la fine della rivolta di Gezi Park. In quell’occasione furono 53 i giornalisti che persero il loro lavoro, fra quelli licenziati o costretti alle dimissioni. Il quotidiano di opposizione «Radikal» ha smesso l’edizione su carta e ora si legge solo online. Più di una volta Erdogan ha criticato non solo la stampa nazionale, ma anche quella straniera, accusata di fare parte di un complotto internazionale per screditare la Turchia. Salvo avere probabilmente arruolati fiancheggiatori giornalistici stranieri.

 

Il neo ottomanesimo che avanza

A novant’anni dalla sua soppressione la Turchia riscoprirà il suo ‘latino’. Il presidente Erdogan vuole l’antica lingua ottomana e la sua grafia simile all’arabo, che poi fu riformata nell’alfabeto latino da Ataturk. Materia di studio obbligatoria nelle scuole secondarie. L’ultima delle ‘rivendicazioni’ di primato culturale islamico di Erdogan, dopo la scoperta musulmana delle Americhe e che la terra è tonda.

L’opposizione laicista accusa il capo dello Stato di una continua e islamizzazione della società. “Se si tenta di insegnare forzatamente l’ottomano nessuno, nemmeno l’esercito sarà in grado di forzare la mia figlia a seguire quelle lezioni”, aveva minacciato il direttore del quotidiano Zaman, Selahattin Demirtas , che è anche politico dell’opposizione. Ma Erdogan é permaloso e Zeman ha pagato pegno.

 

Zaman free media sito

 

Riprovazione internazionale e imbarazzo in casa

Condanna di Usa e Ue. L’Unione europea ha affermato che si tratta di un attentato alla libertà di stampa che va contro i valori europei. “I raid della polizia turca e gli arresti dei giornalisti e dei rappresentanti dei media vanno contro i valori europei e gli standard a cui la Turchia aspira di fare parte”, afferma l’Alto Rappresentante per la politica estera e il commissario alla politica di vicinato.

Duro anche il commento degli Usa: “La libertà di stampa, processi giusti e un sistema giudiziario indipendente sono elementi chiave in ogni democrazia. Come alleati e amici della Turchia, chiediamo alle autorità turche di assicurare che le loro azioni non violino questi valori chiave e le fondamenta democratiche del paese”, ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Usa.

 

Una deriva autoritaria sempre più marcata

Il rischio di deriva autoritaria nel paese è diventato evidente nel mondo con le proteste dei giovani contestatori di Gezi Park, a Piazza Taksim, a Istanbul, che sono state duramente represse dalla polizia. Poi lo scontro tra la potente confraternita islamica di  Gulen ed Erdogan su un presunto scandalo di tangenti che ha costretto alle dimissioni tre ministri del governo a gennaio ed ha sfiorato la stessa famiglia dell’allora premier, dal 1° luglio, presidente della Repubblica.

Erdogan non fa mistero di puntare a ottenere nelle prossime elezioni del 2015 i due terzi dei voti così da poter cambiare la Costituzione e introdurre nel Paese una Repubblica presidenziale. Intanto l’Ak-Parti, il partito praticamente personale di Erdogan, ha fatto sapere che il presidente presiederà le riunioni di governo. Mai accaduto prima: proteste dei partiti di opposizione che ricordano come il presidente sia (era) figura di garanzia e non debba schierarsi.

Tutti episodi che mettono in discussione la laicità del Paese e la collocazione turca a fianco dell’Ue nella politica estera in Medio Oriente. Erdogan e il premier Davutoglu sostengono la Fratellanza islamica in Egitto contro il governo Al Sisi, e mettono in primo piano la lotta ai curdi e al regime del siriano Assad piuttosto che al Califfato dell’Isis. Elementi che allontanano il Paese dall’Europa di cui è parte geografica sino al Bosforo. E i negoziati di adesione languono.

 

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