lunedì 27 maggio 2019

GATTO RANDAGIO
L’Ebola color sangue
e il dottor Matthew

Il medico di Emergency arrivato dalla Sierra Leone contagiato dal virus dell’Ebola. E la storia di un altro medico, lui africano, figlio di un pescatore e di una venditrice ambulante. Francesca de Carolis oggi azzarda un viaggio/racconto sul dare un senso al confine ultimo tra il vivere e morire

Seguendo i bollettini medici che hanno accompagnato in questi giorni le ore del medico di Emergency arrivato dalla Sierra Leone, contagiato dal virus dell’Ebola…

Bollettino n.1: “Paziente maschio, medico italiano appena arrivato in Italia con trasporto in alto biocontenimento effettuato dall’Aeronautica Militare Italiana. La gestione del trasporto è stata effettuata secondo i protocolli previsti…”.

Bollettino n.2; “La temperatura corporea 38.5, le condizioni stabili, ha iniziato il trattamento sperimentale, che è stato ben tollerato…”.

Bollettino n.5: “Dal pomeriggio di ieri 28 novembre il paziente ha avuto un progressivo peggioramento. Ha iniziato il terzo trattamento sperimentale”…

Bollettino n.12: “Il paziente è in assistenza respiratoria meccanica…”

Appuntandoli tutti, per cercare, nella meccanica asetticità di comunicati, una ragione che cancelli le immagini inquiete che la febbre emorragica può evocare, a partire dal fotogramma di quel lungo filamento che è il genoma dell’Ebola. Che s’aggroviglia. Come nodo impazzito di un raccordo d’autostrada…

 

ebola africa acqua bella

 

Quando anni fa mi capitò di occuparmene, non mi tranquillizzò molto sapere che si trattava di male relegato in quel mondo lontano da noi che è l’Africa profonda e forse proprio per scacciare quella visione andai curiosando e frugando, fino a rintracciare un testimone dell’altra grave epidemia, che era scoppiata nell’Uganda settentrionale tra l’autunno del 2000 e la primavera del 2001. Fratel Elio Croce, un comboniano. Che mi raccontò cosa succedeva in quei giorni nel St. Mary’s Hospital di Lacor in Uganda, appunto.

 

E così ho saputo del dottor Matthew. Matthew Lukwiya, che, figlio di un pescatore e di una venditrice ambulante, aveva ottenuto un master alla School of tropical medicine di Liverpool, che aveva scartato le luminose carriere che gli si offrivano, per andare dove più c’era bisogno del suo sapere, e aveva scelto l’ospedale dei missionari italiani, nel suo paese. Era stato lui a diagnosticare il primo caso di Ebola.

 

Gulu. Northern Uganda. October 2000, doctor Matthew Lukwiya
Gulu. Northern Uganda. October 2000, doctor Matthew Lukwiya

 

Così, ho saputo del sacrificio del dottor Matthew e dei suoi infermieri…

Il ricordo di fratel Elio: “Quando è morta suor Pierina, un mese prima che morisse lui, il dottor Matthew aveva detto: non mi tirerò indietro”. Si pensava, allora, di aver toccato il fondo con i morti della guerriglia, con le vittime delle violenze sul confine con il Congo… “Invece non avevamo fatto i conti con l’Ebola. E poi quando un’altra infermiera è morta e tutti gli infermieri volevano abbandonare l’ospedale, lui, Matthew, davanti a tutti, come un Mosè, a ripetere: anche se rimarrò da solo non mi tirerò mai indietro’. Una persona così, un africano così, persona eccezionale, un esempio per tutti… “Abbiamo lavorato come dei pompieri che devono spegnere il fuoco. Non pensavamo di essere superuomini, eravamo anche un po’ incoscienti. Poi la paura, quando è morto anche il nostro medico locale”. Perché è molto difficile stare attenti, stare concentrati e non fare sbagli se si è troppo sotto stress. “Non c’era più niente da fare? Non abbiamo avuto neanche il tempo di pensarlo”.

 

“Più forte di Ebola”, ha intitolato fratel Elio il suo diario di quei giorni, per ricordare il tributo dei cento volontari che assistevano le persone contagiate. Di loro ne morirono 12, insieme al dottor Lukwiya che del St. Mary’s Hospital di Lacor era direttore sanitario. Chi ancora ne ricorda l’alta statura, e lo celebra eroe, ricorda che nell’89 si era offerto in ostaggio nelle mani dei guerriglieri dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), in cambio di un gruppo di suore italiane rapite. Ne era uscito vivo. Ma il suo enorme coraggio non l’ha salvato dalla terribile epidemia che a tratti esplode in terra d’Africa.

 

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L’Ebola, ha il colore del sangue… E’ parola, il sangue, che fa pensare al sacrificio, ma che anche identifica, ci hanno insegnato, la passione e il coraggio, ciò che è nobile e alto. Il sangue, questo fiume rosso dentro di noi… In un passato neanche tanto remoto ( cosa volete che sia qualche centinaio d’anni nella storia dell’uomo) c’era chi riteneva potesse essere la sede dell’anima.

Pensando al sangue impazzito… e al coraggio di chi, di qui e di là dal mare, non si tira indietro…

 

 

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