domenica 21 luglio 2019

Arbitri del ‘rating’:
‘cornuto’ il mondo
che li crede neutrali

A dare le pagelle economiche al mondo tre agenzie. Moody’s controlla il 40% del mercato. Standard & Poor’s, il 39. Ambedue ‘stelle e strisce’. Terza Fitch col 16% e un po’ di francesi. Nomi di proprietari? Tre nomi per tutti: Rothschild, Warren Buffett e George Soros. Strani arbitri scelti da chi?

Ci risiamo con i declassamenti delle agenzie di rating. Forse ce n’eravamo dimenticati, e non manca chi come al solito gioisce per il colpo inferto a Renzi e all’attuale governo. Scordando che, purtroppo, siamo tutti coinvolti, renziani e non. La mia impressione è che in alcune analisi odierne al mercato venga attribuita una dimensione autonoma e incontestabile (che sfocia in una sorta di divinizzazione). Qualunque intervento umano rischierebbe secondo questa vulgata di compromettere i meccanismi spontanei che l’hanno generato.

Occorre allora domandarsi se, tra l’infeudamento dell’economia alla politica da un lato, e l’individualismo quale unico metro di giudizio dall’altro, non esistano davvero altre strade praticabili. In altri termini, ci si può chiedere se è realmente necessario passare dalla santificazione dell’interventismo statale a quella del libero mercato.

 

La borsa valori di Washington
La borsa valori di Washington

 

Rammentiamo che il fatto di aver concepito il mercato come una divinità ha a suo tempo impedito, negli Stati Uniti, qualsiasi regolamentazione dei derivati. I frequenti richiami all’economia reale si basano – ritengo – proprio su constatazioni di questo tipo, sulla distinzione tra economia produttiva ed economia finanziaria. Non è detto che quest’ultima abbia sempre carattere speculativo, ma la crisi che stiamo attraversando dimostra che tale carattere ha acquistato un peso sempre più rilevante.

Occorre quindi smetterla con le accuse di “lesa maestà” rivolte a coloro che invitano a considerare il mercato per ciò che effettivamente è: un prodotto dell’intelletto umano. Non è ragionevole ritenere che chi si muove in questa direzione sia uno statalista di ritorno.

 

Analizziamo per esempio il tema dei mercati e delle ormai famigerate agenzie di rating. Per molto tempo esse sono state considerate pressoché intoccabili. Poi, quando a un certo punto Moody’s declassò all’improvviso i nostri titoli di Stato, intervenne anche la UE facendo notare che, allo stato dei fatti, tale mossa non era giustificata. In quel momento l’allora premier Monti e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco scesero subito in campo polemizzando con l’agenzia americana.

La stessa, detto per inciso, che aveva attribuito punteggi altissimi alla Lehman Brothers poco prima del suo clamoroso fallimento. Monti e Visco affermarono a chiare lettere, e con il consenso delle autorità europee, che l’altissimo dislivello tra i nostri Btp e i Bund tedeschi era artificiale. E aggiunsero pure che questo spread artificiale è dovuto unicamente alla grande speculazione internazionale (che è poi in sostanza – e in gran parte – di matrice americana).

 

rating 600

 

Ecco, allora, il punto cruciale. Di “quale” economia di mercato stiamo parlando? A molti appare chiara la necessità di una “revisione culturale” che non induca più a strillare quando qualcuno si azzarda a definire i mercati come prodotti umani piuttosto che meccanismi astratti indipendenti dalla volontà di chicchessia. Meccanismi lasciati gestire da programmi di software che procedono in modo automatico.

La storia della “mano invisibile”, spesso considerata ancora un dogma che non può essere discusso, ha il fiato sempre più corto. Non è certo la prima volta che una simile percezione diventa così forte da non poter essere ignorata. Accadde già in occasione della crisi epocale del 1929, superata dopo che il danno era stato fatto e a prezzo di sacrifici immani.

 

La revisione culturale di cui prima dicevo non consiste solo nel tappare le falle come alcuni governi europei stanno tentando di fare. Dovrebbe spingersi ben più in là, poiché i giudizi delle agenzie di rating non sono il Vangelo. Qualcuno afferma che, essendo l’oligopolio delle agenzie sostanzialmente di marca USA, si dovrebbe reagire creandone una europea. Alcuni vantaggi forse ci sarebbero, ma resterebbe comunque immutato il vero nodo del problema: il conflitto d’interessi.

Il primo dei conflitti d’interesse avviene quando le agenzie devono emettere il rating sulle aziende ma vengono pagate dalle aziende stesse. Ovviamente non sono serene e spingono per acquisire il maggior numero possibile di incarichi, e fanno a gara per accaparrarsi le commesse elargendo con facilità la tripla A.

 

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La questione diventa ben più grave quando non si parla più di aziende ma di Stati. A chi desidera approfondire il tema consiglio la lettura di un volume assai interessante di Paolo Gila e Mario Miscali: “I Signori del Rating. Conflitti di interesse e relazioni pericolose delle tre agenzie più temute della finanza globale” (Bollati Boringhieri). In esso si legge, tra l’altro, che “a dettare legge in materia di rating sono le tre agenzie più famose, che da sole detengono il 95% della quota di mercato mondiale dei giudizi (i quali vengono pagati profumatamente dalle società e dagli Stati che emettono titoli obbligazionari).

Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch non sono però istituzioni neutrali: alla loro guida si trovano uomini e realtà che hanno particolari interessi e che sono particolarmente sensibili all’andamento del mercato e alle relative quotazioni di titoli azionari e obbligazionari”. Parole pesanti, che dovrebbero quanto meno indurre a una seria riflessione.

 

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