«La destra piega principi democrazia alla ideologia e agli interessi elettorali». Lucido e severo l’ex presidente israeliano Shimon Peres contro la proposta di legge del premier Netanyahu su Israele ‘stato-nazione degli ebrei’. E i cittadini israeliani non ebrei, e quel 20 per cento di arabi israeliani? «Un tentativo di soggiogare la ‘Dichiarazione di Indipendenza’ a interessi politici contingenti. Una legge simile può distruggere lo status democratico di Israele in casa e fuori», ha avvertito Peres in occasione delle celebrazioni del padre della patria David Ben Gurion nel Neghev.
La maggior parte delle critiche è concentrata sull’opportunità di proporre la ridefinizione dello stato ebraico proprio in questo momento. Tra i vari commenti, il severoquotidiano israeliano Haaretz. «Questa è la legge che fonda lo “stato ebraico” per la gioia del nostro capo e affossa lo “stato democratico” per la vergogna di tutti noi. Questa è la legge che nega ogni diritto nazionale e ogni simbolo ai cittadini arabi israeliani; la legge che annulla lo status della lingua araba come seconda lingua ufficiale; e, soprattutto, legge che cancella l’uguaglianza». Istigazione ad altro odio.
Quando il sentimento condiviso è solo l’odio
Nei sotterranei della Moschea di Abramo sorge la Grotta dei Patriarchi, considerata il sepolcro di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Il 25 febbraio 1994, un medico proveniente da Brooklyn, Barukh Goldstein, membro del Partito estremista Khach, entra nella sala delle preghiere riservata ai fedeli musulmani, indossando la divisa da soldato.
Barukh Goldstein apre il fuoco con il fucile d’assalto Galil sui fedeli in preghiera, uccide 30 persone e ne ferisce 125 prima di essere ucciso dai fedeli superstiti.
Durante il suo funerale parlano due rabbini: Yaacov Perrin dichiara che «neanche un milione di arabi vale quanto una sola unghia ebrea»;
Samuel Hacohen definisce Goldstein «il più grande ebreo vivente, l’unico che poteva fare quello che ha fatto, l’unico perfetto al 100%».
Sulla tomba di Barukh, seppellito non lontano dalla Grotta dei Patriarchi, nell’epitaffio è scritto: «Diede la sua vita per il popolo d’Israele, per la Torah e la terra».
La sua tomba è costante meta di pellegrinaggio di fondamentalisti israeliani.
Il primo attentato kamikaze contro civili israeliani eseguito da Hamas avviene dopo i 40 giorni di lutto trascorsi dall’eccidio nella Grotta dei Patriarchi, episodio che segna l’adozione della strategia stragista da parte del movimento islamico e poi adottata anche dalle altre organizzazioni armate palestinesi.
Da quel momento, il conflitto israelo-palestinese si trasforma in un orrore che non risparmia nessuno.
Orrore che continua negli anni e diventa la caratteristica della cosiddetta ‘seconda Intifada’ (Intifada al Quds), iniziata nel settembre 2000 con la passeggiata sulla Spianata delle Moschee di militari a tutela del leader Ariel Sharon.
Gli scontri fra militari e Polizia d’Israele e i dimostranti palestinesi diventano l’innesco che accende la fase delle stragi più efferate.
Nel tentativo di realizzare una tregua, il leader spirituale di Hamas, Sheikh Ahmed Yassin decide di schierarsi con le formazioni armate, laiche e islamiche, che avevano diffuso un documento in cui veniva proposta a Israele una tregua temporanea.
La sera del 22 luglio 2002, Sheikh Yassin dichiara la diponibilità di HAMAS alla tregua nei confronti dell’ “occupante” per un periodo di 10 anni, al termine del quale sarebbe stato il popolo a pronunziarsi con un referendum per un Accordo sulla Palestina nei confini del 1967.
Di fatto, un riconoscimento dello Stato di Israele.
Qualche ora dopo, le Forze di Difesa Israeliane inviano un Caccia F 16 che sgancia una bomba di una tonnellata nel quartiere gazawi di al-Darraj a Madinat Ghazza dove viveva con la famiglia anche Salah al-Din Mustafà Alì Shahada, che viene ucciso.
Shahada era comandante delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di HAMAS, responsabile di attacchi suicidi contro obiettivi civili israeliani che causano la morte di centinaia di persone.
Nel raid aereo vengono uccisi 15 civili, tra cui moglie e figlia di Shahada, di 14 anni, e altri 6 minori di 1, 2, 3, 4, due di 5 anni e uno di 11.
Nel 2005 una ‘class- action’ viene intrapresa dal Center for Constitutional Rights che accusa l’ex Direttore dello Shin-Bet, Avraham Dichter, comandante militare dell’operazione, dell’uccisione di Shahada e di avere “sviluppato e ampliato la pratica dell’omicidio mirato”, citando l’eliminazione di oltre 300 leader palestinesi e il ferimento di centinaia di presenti occasionali.
Nel 2007, la Procura della Repubblica israeliana annuncia una Commissione d’inchiesta indipendente per indagare sulla morte di 14 civili palestinesi innocenti. Le sue conclusioni non sono mai state rese pubbliche.
Una terza Intifada è possibile con il suo carico di stragi, vittime innocenti, devastazione diffusa in tutto il Paese e la bandiera della pace si allontanerà sempre di più.
Se prevale l’odio.