lunedì 16 luglio 2018

GATTO RANDAGIO
I Muri oltre Berlino
che ingabbiano la vita

Dopo la festa di Berlino, gli ‘altri muri’ che si potrebbero almeno in parte abbattere. Senza doversi spostare in Palestina o tra Messico e Stati Uniti quei muri dietro cui si imprigionano colpe, vite bruciate (di diceva un volta), esistenze spesso meschine, a volte sorprendenti. Storie e vite.

Con ancora negli occhi le luci della festa di Berlino, e nelle orecchie il racconto di memorie, e ricordi, e analisi, e riflessioni, e chi c’era e chi non c’era… Guardando quel sassolino grigio che qualcuno da quel muro infranto venticinque anni fa mi portò, e che da allora è chiuso dentro la sua bachechina di vetro, con accortezza accomodato su un panno di vellutino rosso… ma vedendovi da allora il richiamo a tanti altri muri che abbiamo ancora costruito.

Ma non vengono in mente solo le nazioni. Quelle sono barriere che la Storia prima o poi abbatterà. Vengono in mente piuttosto le mura delle nostre prigioni, alle quali ogni giorno portiamo un mattone. Che è pensiero che proprio non si riesce a scacciare se appena appena si ha occasione e voglia di sbirciarvi dentro, e si cerca di capire la ragione e il senso di questa bizzarria dell’imprigionare. Per dirla con Foucault, “questa strana pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere avanzata dai codici moderni”.

 

carceri XIV 600

 

Avete mai varcato le mura di un carcere? La cosa che più colpisce la prima volta è l’odore del ferro misto a umori di carne. L’aria che non c’è, e il troppo freddo e il troppo caldo, in luoghi che fingiamo di credere servano a rieducare ma che sono più che altro continua, afflittiva, mortale punizione di corpi e di menti. Scusate, ma ho esperienza solo di detenzioni senza fine, ed è cosa, se ci pensate davvero, piuttosto difficile da concepire…

Nei corridoi, anche quando non in penombra, istintivamente, venendo da fuori, cerchi la luce delle finestre. Ma poi incontri altri occhi. Quelli ormai persi dei più anziani, che dentro sono invecchiati (perché la pena senza fine esiste e come, a dispetto della disinformazione che si fa in giro), e quelli dei più giovani che nello sguardo dei più vecchi leggono la loro fine. E vedi che tutti, che diritto negli occhi sempre ti guardano, non guardano proprio i tuoi occhi, ma sembrano andare oltre, e dentro di te frugare e scavare, per cercare forse qualcosa del mondo di fuori, che arrivi dentro…

Tutti sembrano avere urgenza di raccontarti la loro storia, per non morire nell’indistinto. E le lingue sono tante.

 

Non so in che lingua avrebbe parlato delle sue vicende Khaled Hussein, morto poco più di cinque anni fa, in un carcere italiano, a Benevento, che quasi aveva ottant’anni.

Khaled Hussein. Chi lo ricordava più? Il palestinese accusato di aver organizzato il dirottamento dell’Achille Lauro, condannato all’ergastolo in contumacia e poi portato in Italia. Qualcuno mi ha ricordato che sempre Khaled aveva detto che quel dirottamento non era previsto nei piani… ma non è a questo che ho dato ascolto.

 

Chiusa fra le mura di un carcere, la storia di Khaled è un ricordo nel racconto di un altro ergastolano, Carmelo Musumeci, italiano, altra storia, altre “guerre”, e un ammirato stupore per quel vecchio che parlava perfettamente tante lingue. Russo, arabo, israeliano, inglese, francese, italiano e greco, elenca Carmelo, ricordando che, quando si erano ritrovati insieme nel carcere di Parma, spesso giocavano a scacchi. “Io ero più bravo, ma lui era più anziano e qualche volta lo facevo vincere, perché altrimenti ci rimaneva male e non giocava più”. Il Khaled poliglotta che sempre, ricorda il compagno di detenzione, aveva partecipato a tutte le iniziative per l’abolizione dell’ergastolo, che aveva fatto due scioperi della fame, uno a oltranza e uno a staffetta. Che è stato fra i 310 detenuti che nel 2007 hanno chiesto la pena di morte in sostituzione dell’ergastolo.

 

Fra quelle mura la storia di Khaled è fatta delle passeggiate all’aria in cui, con compagno di prigionia, parlavano di politica, di Dio e della morte. “La pensavamo quasi allo stesso modo, tutti e due atei, lui comunista io anarchico. A lui dico, se tutti e due ci siamo sbagliati e l’adilà esiste e incontri il diavolo, salutamelo. Sarà sicuramente migliore di chi ti ha fatto morire stanco e malato fra quattro mura, lontano dalla tua terra”. Dove nel frattempo un’altra barriera è stata innalzata. Insomma, dacci oggi il nostro muro quotidiano…

 

Per la cronaca, oltre Hussein, molti di quella famosa lista di persone che chiesero un po’ provocatoriamente (ma forse non troppo) che il proprio ergastolo venisse convertito in pena di morte, sono nel frattempo passati all’altro mondo, sempre ammesso che ci sia. Se non per morte naturale, suicidi.

 

achille lauro sito 600

 

Quando torno, da vagabondaggi intorno e dentro le mura di un carcere, portando fuori ogni volta narrazioni che non conoscevo, sempre penso che anche il peggiore dei criminali debba avere il diritto alla speranza, alla riabilitazione. Altrimenti, basta con tutta questa ipocrisia, spariamogli subito un bel colpo in testa e finiamola lì. Credetemi, non sono meno pulite dal sangue le nostre mani, di noi illuminati che guardiamo con orrore alla pena della morte ma che per via di queste altre mura che costruiamo dentro di noi nulla vogliamo sapere di tante vite recluse, né del come né del perché. E a scendere nei dettagli c’è di che inorridirsi.

 

Fine della predica. Pensieri un po’ tetri questa mattina. Ma è che aprendo la finestra è arrivata chissà da dove una musica. Guarda caso, The Wall. Sentite anche voi?

Dopo tutto erano solo mattoni nel muro/

Dopo tutto eravate tutti solo mattoni nel muro ///

(…) Qualcuno barcollerà e cadrà, non è facile dopotutto//

Picchiare il tuo cuore contro un fottuto muro.

Già, Il Muro.

 

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