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mercoledì 16 Ottobre 2019

Afghanistan talebano
e l’oppio dei popoli
Il fotoracconto

Oltre 7 miliardi di dollari investiti in dodici anni non sono bastati agli Stati Uniti per sconfiggere il narcotraffico gestito dai talebani. Il traffico della droga resta fermo nelle mani dei talebani, pronti a riassumere il controllo del Paese non appena le truppe americane se ne saranno andate

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7,6 miliardi di dollari spesi negli ultimi dodici anni dagli Stati Uniti per combattere la produzione di oppio in Afghanistan non sono serviti a nulla e il narcotraffico fiorisce e si sviluppa. Lo dice un rapporto inviato il 21 ottobre a Washington dall’Ispettore speciale per la ricostruzione John Sopko. Secondo le sue stime, nel 2013 gli ettari di terreno utilizzati per la coltivazione di papavero da oppio in Afghanistan hanno raggiunto la quota record di 209mila, con un aumento sostanzioso rispetto ai 193mila del 2007. Nel 2014 sarà certo ancora peggio.

 

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti, l’oppio continua dunque a rappresentare il grande tesoro l’elemento base dell’economia dell’Afghanistan, Paese in cui si concentra circa l’80% della produzione mondiale. Secondo le Nazioni Unite, il suo valore nel mercato del narcotraffico globale è aumentato del 50% dal 2012 a oggi. Un business molto redditizio, saldamente nelle mani delle milizie talebane, che ottengono da questa attività i fondi necessari per sostenere la loro struttura e lanciare nuove offensive contro il governo di Kabul.

 

“Con il deterioramento della sicurezza in molte aree rurali dell’Afghanistan -spiega l’ispettore John Sopko- è probabile che anche nel 2014 verranno riscontrati ulteriori aumenti della coltivazione”. La crescita è collegata direttamente anche all’arrivo dall’estero negli ultimi dieci anni di nuove tecnologie per sviluppare il settore agricolo. Strumenti che sono però stati utilizzati per coltivare papavero da oppio in aree prima desertiche ed espandere la sua produzione anche in province considerate vergini, come quella di Nangarhar nell’est del Paese.

 

Dopo tredici anni e dieci miliardi di dollari spesi in programmi di riqualificazione, Washington e la comunità internazionale non possono che guardare ai dati impietosi che già alla fine dello scorso anno indicavano l’Afghanistan come il primo produttore mondiale di papaveri da oppio, con una crescita netta rispetto al 2012. Un calo piuttosto drastico si era registrato solo nel 2010, dovuto non alla siccità. Seguì poi una massiccia campagna di sradicamento nel 2011, con operazioni congiunte tra i militari ISAF e i soldati afghani. Campagna di immagine.

 

I programmi di riconversione dei terreni,con l’erogazione di sussidi per coltivazioni alternative, aveva dato inizialmente dei risultati eccellenti anche in aree difficili come le province di Kandahar e Helmand. Poi le priorità sono cambiate. Oggi Helmand è la regione afghana a più alta densità di coltivazioni di papaveri. Un tesoro che finisce nelle tasche dei talebani che arrivano a guadagnare il 30% di questo mercato. Via la Nato, resteranno i militari afghani facilmente corruttibili, non in grado di contrastare né i coltivatori né i narcotrafficanti.

 

IL FOTORACCONTO DA LOOKOUT

 

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