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martedì 19 20 Novembre19

La Palestina esiste
ricorda la Svezia
all’Europa distratta

Gli scandinavi sono il primo Paese dell’ Ue a riconoscere lo Stato di Palestina, il suo diritto ad esistere. Polonia, Slovacchia e Ungheria l’avevano riconosciuto prima dell’accesso nell’Ue. L’ ira di Israele. Convocato l’ambasciatore svedese a Gerusalemme. Gli Stati Uniti sostengono Tel Aviv

La Svezia è il primo paese occidentale dell’Ue a rompere gli indugi e a riconoscere lo Stato di Palestina. Era ora ed era annunciato, ma Israele reagisce con irritazione irritante. Il ministro degli esteri, il superfalco Lieberman ha convocato per oggi l’ambasciatore di Svezia. Un passo, quello di Stoccolma, che diventa un precedente allarmante, soprattutto dal punto di vista della coalizione di destra che governa oggi. Ma non tutti la pensano così. Per il partito della sinistra sionista l’iniziativa è occasione per Israele di superare «le sue fissazioni e dire sì a uno Stato palestinese all’ Onu».

 

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La reazione israeliana dà la misura della portata del fatto. Il capo della diplomazia israeliana Avigor Lieberman ha accusato Lovfen di «non aver ancora avuto tempo sufficiente per studiare il dossier e capire che i palestinesi negli ultimi 20 anni sono stati un ostacolo al raggiungimento di un accordo con Israele». Fuori misura. Parole riprese in parte dal premier Benyamin Netanyahu, secondo il quale «i passi unilaterali non promuovono la pace, ma anzi la impediscono». Ritorna il concetto di sempre secondo cui nessun attore esterno potrà sostituire negoziati diretti tra Israele e mondo arabo.

 

Misurate ma molto nette e decise le ragioni svedesi. “Il conflitto tra Israele e Palestina può essere risolto solo con la soluzione di due Stati negoziata in conformità con il diritto internazionale -ha dichiarato il premier Stefan Loefven- Una soluzione di due Stati richiede il mutuo riconoscimento e la volontà di convivenza pacifica”. E la Svezia ha dato il suo ‘via’. Tutto questo tra i mugugni del servizio diplomatico dell’Ue che ha sottolineato: “Abbiamo sempre detto che avremmo riconosciuto lo stato palestinese quando sarà il momento appropriato”, senza mai decidere chi avrebbe deciso.

 

Per molti osservatori il sasso tirato dal paese scandinavo potrà avere effetto sulla pressione diplomatica a tutto campo che Ramallah in queste settimane sta conducendo -a dispetto dell’ostilità israeliana e delle resistenze Usa- per presentare a breve una Risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’Onu per la nascita di uno stato palestinese entro i confini del 1967 e per concordare una data limite, fine 2016, per l’occupazione israeliana dei Territori. Un’ipotesi questa vista con scontata preoccupazione da Israele che forse oggi non si sente più pienamente garantita da Washington.

 

L’ex ambasciatore di Israele in Svezia ha ammesso che Stoccolma «ha influenza nel mondo. L’annuncio cambierà l’atmosfera contro di noi». Mazel ha tuttavia detto di credere che né la Francia, l’Inghilterra e la Germania «si assoceranno» a Stoccolma. Ma il timore di un ‘effetto domino’ resta: «La verità va detta – ha avvertito ancora Mazel – la nostra situazione in Europa è difficile». L’ex ambasciatore ha anche attirato l’attenzione su come i cambiamenti demografici incidano sulle politiche europee per la presenza musulmana crescente in Paesi come la Svezia.

 

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Bruxelles ha criticato il nuovo piano di espansione coloniale israeliana a Gerusalemme Est definendolo “altamente pericoloso” ed ha chiesto a Israele di retrocedere perché “mette in serio pericolo le prospettive di una soluzione a due Stati e fa sorgere dubbi sull’impegno israeliano a negoziati di pace con i palestinesi”. Critiche sono arrivate anche dagli Stati Uniti: “Passi simili -aveva dichiarato il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest- allontanano Tel Aviv dai suoi più stretti alleati”. Parole che, almeno nel caso della Svezia, iniziano ad esprimere delle realtà nei fatti.

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