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lunedì 14 Ottobre 2019

Usa ancora petrolieri
grazie al ‘fracking’
Europa senza regole

Per la prima volta negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti stanno per diventare il più grande produttore di petrolio del mondo, superando l’Arabia Saudita. Accade perla tecnica di estrazione ‘fracking, la fratturazione delle rocce scistose che libera il gas e il petrolio. Problemi ambientali e terremoti

Ad agosto gli Stati Uniti hanno estratto 8,87 milioni di barili di greggio al giorno, meno -ma di poco- rispetto all’Arabia Saudita (9,7 milioni) e alla Russia (10,1 milioni). Dati Fiancial Times rilanciati dal settimanale Internazionale. Al momento la leadership degli Stati Uniti nell’industria petrolifera è assicurata dalla maggior produzione di altri gas naturali come metano e propano. Se continueranno a crescere con questi ritmi però, gli Stati Uniti dal prossimo mese produrranno più greggio dell’Arabia Saudita. Ed è una rivoluzione non soltanto industriale ma sopratutto strategica.

 

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L’industria petrolifera statunitense è stata trasformata dalla cosiddetta ‘rivoluzione dello scisto’, l’estrazione del gas intrappolato in particolari rocce sotterranee, grazie alla tecnica del fracking, la fratturazione idraulica che permette di liberare il gas e il petrolio intrappolati nelle rocce scistose, porose. Oltre alla tecnica di trivellazione orizzontale. Con questi processi molti pozzi in Texas e North Dakota sono ridiventati produttivi. L’aumento del prezzo del greggio rispetto al decennio scorso ha reso queste tecniche di estrazione -nel frattempo tecnicamente evolute- più convenienti.

 

Secondo molte associazioni ecologiste questo processo è dannoso per l’ambiente, perché contamina le falde acquifere e rischia di provocare terremoti. Nonostante questo allarme la Commissione europea ha rinunciato a regolamentare l’esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti di gas di scisto limitandosi a formulare delle “raccomandazioni” non vincolanti ai governi europei, come riferisce Le Monde. E’ stata una sconfitta per i movimenti ecologisti, ma anche per l’allora commissario all’ambiente Janez Potocnik che non ha fatto fronte alle pressioni politiche atlantiche.

 

I timori ambientali sono molti. In alcune zone degli Stati Uniti, dove è in corso un vero e proprio boom del gas di scisto, l’acqua del rubinetto ha una concentrazione di gas talmente alta da essere infiammabile. In Europa alcuni paesi, tra cui la Francia, hanno bloccato le esplorazioni, mentre altri, guidati dal Regno Unito e dalla Polonia, il primo paese europeo ad avviare l’esplorazione e con 22mila miliardi di metri cubi ha le maggiori riserve stimate di gas di scisto dell’Ue, sperano di ripetere il successo degli Stati Uniti anche per rendersi indipendenti dalle importazioni dalla Russia.

 

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Le implicazioni economiche e geopolitiche del dibattito hanno portato detrattori e sostenitori dello sfruttamento del gas di scisto a scambiarsi accuse di essere finanziati dall’esterno, scrive Polityka: i primi dagli Stati Uniti, che cercano nuovi mercati per le loro compagnie, gli altri dalla Russia, che teme di perdere il ricco mercato europeo. Se la Commissione avesse scelto di legiferare sull’ argomento nel novembre del 2013 il rappresentante, il Regno Unito avrebbe rischiato di trovarsi in minoranza. Per questo Londra ha intensificato le attività di lobbying e ha ottenuto ciò che voleva.

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