martedì 25 giugno 2019

Quell’11 settembre,
l’Afghanistan e le
guerre a perdere

13 anni fa l’attacco alle Torri Gemelle. La risposta fu la guerra in Afghanistan. 13 anni di guerra dopo l’Afghanistan non ha ancora deciso chi sarà presidente. Il tajiko Abdullah Abdullah non accetta la ‘vittoria fraudolenta’ del pashtun Ahraf Ghani. Alla fine della missione Nato cosa accadrà?

Parola di disonore

Gli eventi più recenti raccontano che prima, durante e dopo il ballottaggio di giugno fra i due candidati a Presidente, Abdullah ha replicato quanto fatto dopo la competizione presidenziale del 2009 che assegnò la terza vittoria ad Hamid Karzai: accuse di brogli e mancato riconoscimento del risultato.

Eppure il Segretario di Stato americano John Kerry nell’ultima missione a Kabul aveva ottenuto il consenso dei candidati sul programma proposto.

L’agenda prevedeva il riconteggio degli 8,1 milioni di voti del ballottaggio, sotto la supervisione delle Nazioni Unite e degli Osservatori Internazionali, e la firma dei contendenti per formare un Governo di Unità Nazionale e dividere il potere tra il Presidente e la nuova figura politica, il Capo dell’Esecutivo.

In realtà, il disaccordo fra i due candidati è proseguito costringendo a rinviare l’insediamento del nuova Presidente prima al 2 agosto e poi al 2 settembre, mentre il Paese rimane instabile sotto il profilo politico e di sicurezza: la minaccia talebana sempre più alta e la corruzione che rimane endemica.

 

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Il delegato Nato afghano scappa

Probabile che proprio l’introduzione di un nuovo soggetto politico, il Premier, abbia acutizzato lo scontro dei contendenti e comunque non facilitato una soluzione perché chi prevarrà dovrà fare i conti con un Premier, di fatto un suo vice, che essendo frutto di una coalizione, dovrà appartenere all’altra parte politico-tribale.

Segnali di una possibile deriva del Paese verso la cronicizzazione della crisi si colgono in questi ultimi giorni.

Il Vertice Atlantico del 4-5 settembre aperto in Galles riserva subito sorprese negative.

Primo giorno, la notizia che i Talebani hanno compiuto un attentato a Ghazni causando 20 morti e una decina di feriti.

Ma ai lavori Nato l’Afghanistan, ancora privo del Presidente, non c’era.

E’ successo che uno dei membri della delegazione, il colonnello Enayatullah Barak, sceso all’aeroporto di Londra, abbia chiesto asilo politico.

I motivi non sono noti, ma la realtà si.

 

Le eterne guerre afghane

I dati ONU ci dicono di 3 mila morti civili all’anno come ‘danni collaterali’ della guerra, della presenza di oltre 150 mila militari nel Paese, e di miliardi di dollari dissipati nella corruttela.

Un Paese devastato dopo le principali guerre ‘esterne’: dal 1979 all’89 contro l’Unione sovietica e dal 2001 ad oggi per l’azione statunitensi anti al Qaeda e anti talebani e in realtà ancora non conclusa.

Conflitti che hanno esasperato le divisioni per etnie e orientamento religioso, impoverito il Paese, pure ricco di risorse naturali.

Lo scontro in atto fra i leader politici penalizzerà profondamente l’intero tessuto socio-economico e si andrà a sommare ai due conflitti locali rimasti irrisolti: i rapporti con il Pakistan e l’ancora più teso rapporto con i talebani.

Le iniziative condotte da Karzai sin dal 2008 non sono mai andate a buon fine e hanno anzi radicalizzato le posizioni dei rivoltosi, di rigida obbedienza religiosa deobandi, guidati da mullah Omar.

 

Un insicuro apparato di sicurezza

Gli uomini delle forze di sicurezza sono 228.500 a cui si affiancano altri 121.500 fra Polizia e apparati logistici.

Al Vertice NATO di Chicago del 2012 era previsto un supporto di 3,6 miliardi di dollari annui, ma la spesa si aggira sui 6, in parte coperti dagli USA che hanno assicurato altri 20 mila miliardi per 5 anni.

Dall’1 gennaio 2015, l’ISAF sarà sostituita dalla missione NATO “Resolute Support” per addestramento e sostegno cui hanno aderito Germania, Gran Bretagna, Italia e Turchia, per un contingente complessivo di 4 -5 mila uomini, oltre agli americani e 12 -15 mila contractors.

Sempre che venga firmato dal nuovo Presidente il Trattato bilaterale di sicurezza che Karzai rifiutò di approvare perché vi era -come sempre- la clausola di impunità per gli operativi statunitensi estesa anche ai contractors e per i reati commessi anche la di fuori della “stretta missione” affidata. Chiunque sarà alla fine eletto Presidente dovrà firmare il Trattato se vorrà fruire del supporto finanziario statunitense.

Ma il comparto sicurezza afghano a livello operativo e d’intelligence non ha finora mostrato una preparazione adeguata alla situazione.

 

Cimitero afghano nella festività dei morti
Cimitero afghano nella festività dei morti

 

La frantumazione etnico tribale e religiosa

Come l’Iraq, l’Afghanistan ha la sua prima debolezza in una classe politica divisa per linee etniche, tribali, religiose in perenne lotta fra di loro.

La vicenda del lungo stallo per la nomina del Presidente è illuminante.

I talebani dimostrano capacità di penetrare anche la capitale, attaccare le Forze Armate e infiltrarvi loro combattenti, di possedere un forte spirito nazionale e un’adeguata strategia di lotta.

Ed inviano segnali coerenti con il loro progetto: legge coranica, lotta all’occupante, prevalenza dell’etnia dominante pashtun.

Ed è in base a questa coerenza che rimandano al mittente la notizia di una improbabile alleanza con l’ ”Islamic State” del “Califfo” Ab Bakr al-Baghdadi.

Sul fronte opposto, troppi interessi personali, troppe contiguità con un mondo affaristico non trasparente affollato di esponenti politici di molto labili virtù.

Mentre i massimi vertici dello Stato mantengono l’intero Paese in ostaggio degli eventi.

 

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