giovedì 18 luglio 2019

Emergenza umanitaria
in Ucraina orientale
ammazza meno?

Michele Marsonet rileva la distrazione dell’Europa, attenta alle minoranze etniche, linguistiche e religiose che si dimentica dei russofoni nell’Ucraina orientale. Intanto i paramilitari del gruppo nazionalista ‘Pravi Sektor’ promettono a Kiev che continueranno a combattere contro i separatisti

Agence France Presse.

I paramilitari del gruppo nazionalista ucraino ‘Pravi Sektor’ (‘Settore Destro’) non marceranno su Kiev, come minacciato in una lettera al presidente Petro Poroshenko, e continueranno a combattere a est contro i miliziani separatisti. Lo ha annunciato domenica sera il leader del movimento, Dmitro Iarosh, sostenendo che le sue richieste (siluramento di alcuni dirigenti del ministero dell’Interno e rilascio dei militanti fermati) sono state in parte esaudite.

 

Members of the 'Azov' Battalion. Nazionalisti ucraini
Members of the ‘Azov’ Battalion. Nazionalisti ucraini

 

 

Strano ma vero. Solo ora i media occidentali si accorgono che in Ucraina è in corso non solo una guerra tra l’esercito e gli insorti filorussi, ma anche un’emergenza umanitaria. Le forze di Kiev non fanno bombardamenti mirati, e le loro azioni coinvolgono pienamente pure la popolazione civile della parte orientale del Paese.

I morti civili sono ormai centinaia nel Donbass, tra i quali assai numerosi bambini e anziani. Difficile capire cos’abbiano in mente Poroshenko e il suo governo, soprattutto adesso che – finalmente – giungono dalla UE appelli alla moderazione non unilaterali com’era finora avvenuto. Più che una reincarnazione del maresciallo Tito, infelice paragone coniato dallo strano filosofo Bernard-Henri Lévy, il presidente ucraino sembra un avventuriero.

 

 

Il convoglio di aiuti umanitari russi fermo alla frontiera Ucraina per controlli
Il convoglio di aiuti umanitari russi fermo alla frontiera Ucraina per controlli

 

E ora invita alla moderazione anche John Kerry, dopo che gli USA hanno incoraggiato in ogni modo le autorità ucraine a spingere la guerra sino in fondo senza preoccuparsi delle conseguenze.

Le domande sono tante e le risposte plausibili inesistenti. Come può una nazione notoriamente vicina al collasso economico, e che in tali condizioni chiede pure di aderire alla UE, minacciare di interrompere addirittura i rifornimenti di gas russo diretti all’Europa che transitano nel suo territorio? E a quali riserve pensa di attingere, visto che dipende interamente dalla Federazione Russa per i propri fabbisogni energetici? Mistero.

Il fatto è che lo stesso Poroshenko deve aver ricevuto l’impressione di avere le spalle ben coperte da sostenitori potenti, ed è inutile rimarcare che essi non si trovano certo in ambito europeo. Manuel Barroso può anche fare la voce grossa con Putin, ma sa benissimo di non avere alcuna carta in mano, soprattutto sul piano militare.

 

 

E’ chiaro allora che l’unico alleato potente sul quale l’attuale governo ucraino può contare sta al di là dell’Atlantico, anche se le ultime parole di Kerry paiono indicare che sia in atto un ripensamento. Non è certo il primo dell’amministrazione Obama e non sarà neppure l’ultimo. Tuttavia spaventa vedere la prima potenza mondiale comportarsi in modo così incerto in ogni parte del globo.

Si vorrebbe inoltre sapere perché l’Europa, così attenta alla tutela delle minoranze etniche, linguistiche e religiose ovunque si trovino, cominci solo adesso a dire che anche quelle russofone nell’Ucraina orientale meritano rispetto, tutela e considerazione.

Può darsi che i referendum indetti dai separatisti siano, da un punto di vista strettamente giuridico, illegali. Come scordare, tuttavia, che sui moti di piazza Maidan pesa il sospetto di una regia esterna (nel senso di straniera), del resto confermata dalla nota intervista di George Soros e dall’incredibile visita “ufficiale” del capo della CIA al governo di Kiev? Ce n’è per tutti, insomma, non solo per i russi.

 

Russian aid convoy of white trucks on the way from Kamensk-Shakhtinsky
Russian aid convoy of white trucks on the way from Kamensk-Shakhtinsky

 

Si legga ciò che scrive su “La Stampa” del 17 agosto Enzo Bettiza, certamente non sospettabile di essere un simpatizzante di Putin: “Il tutto sembra compiersi a un passo dall’Europa centrale in un’ambigua Ucraina di cui si stenta a capire se abbia un governo reale, e di cui, al limite, si fatica a individuare il perimetro politico e perfino storico. Vien fatto quasi di domandarsi: l’Ucraina esiste davvero? E’ formata da istituzioni sovrane? E’ una realtà politica vera e propria, oppure è un vuoto che di volta in volta si riempie di un protoplasma privo di fondamento?”.

Bettiza è un esperto di storia dell’Europa orientale, e sa bene che la stessa Russia è nata proprio dall’Ucraina come erede del Granducato di Kiev. Ma il vero problema è un altro.

 

Fino a quando si potrà tollerare che l’Unione Europea continui a comportarsi da grande potenza senza averne i mezzi e le possibilità? E fino a quando dovremo constatare che la politica estera dell’Europa è guidata da altri attori, che spesso hanno interessi politici, economici e strategici che non coincidono con quelli di Bruxelles?

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