sabato 20 luglio 2019

Libia ex suol d’amore
per ereditare i guai
fatti dagli altri?

Michele Marsonet ci porta il Libia da dove chi può scappa. Scappano francesi e inglesi che per primi hanno prodotto, aiutato, reso possibile il guaio attuale. Resiste l’ambasciatore italiano e stretti collaboratori. I forti interessi nazionali oggi, senza sciocche memorie coloniali tripoline

Impennata nella battaglia fra le milizie di Misurata e quelle di Zintan per il controllo dell’aeroporto di Tripoli con un bilancio di almeno 22 morti, rivela il governo libico ad interim citato da Al Jazira. Ieri la prima sessione del nuovo parlamento libico si è tenuta per motivi di sicurezza nella città costiera di Tobruk. I cittadini europei continuano a fuggire. Una nave della Royal Navy -la Hms Enterprise, scrive il sito della Bbc- sta evacuando i cittadini britannici. Ieri era stata annunciata la chiusura dell’ambasciata del Regno Unito.

 

 

L’illusione di un intervento italiano in Libia

 

Il disastro non poteva essere più grande di così. Parlo della Libia dove, dopo l’attacco improvviso sferrato da Sarkozy senza attendere alcun avallo internazionale e il rapido allineamento di altre nazioni occidentali, siamo ora di fronte a un caos i cui confini stentano ancora a precisarsi.

Da un lato fondamentalisti con diverse bandiere che, da un lato, si combattono tra loro e, dall’altro, danno battaglia ai rimasugli di un esercito regolare capeggiato – guarda caso – da un generale in passato fedele al defunto Gheddafi.

Nessuna autorità centrale riconoscibile. Il pericolo che il contagio si estenda ai vicini Stati del Maghreb, Tunisia, Algeria, Marocco, tutti allarmatissimi per la piega – del resto prevedibile – che hanno assunto gli avvenimenti.

 

Esplosione sulla pista dell'aeroporto di Tripoli
Esplosione sulla pista dell’aeroporto di Tripoli

 

Proclamazione dell’ennesimo califfato, non si sa se destinato a saldarsi con quello, ben più esteso, annunciato dall’ISIS e dal suo capo al-Baghdadi a cavallo tra Siria e Iraq (ammesso che di questi due Paesi intesi come entità unitarie si possa ancora parlare).

Possibilità di un intervento egiziano per impedire che la situazione precipiti in modo definitivo. Ma è pure noto che i militari del Cairo devono affrontare una situazione interna che definire “difficile” è dir poco.

 

 

Siamo insomma di fronte all’ennesimo fallimento eclatante della politica estera USA e occidentale, mai tanto confusa e segnata da continui errori. E si dà pure il caso che americani, inglesi e francesi scappino a gambe levate dopo aver scatenato il caos cui accennavo all’inizio.

Fatte le debite differenze, a nessuno sfugge l’inquietante analogia tra la fuga da Tripoli e Bengasi di diplomatici e militari USA, e l’evacuazione frettolosa tramite elicotteri dell’ambasciata americana a Saigon nel 1975. Gli attori cambiano, ma la storia si ripete.

 

 

Restano – per ora – alcuni italiani. In particolare i diplomatici, poiché a Roma si rendono ben conto che i nostri interessi in loco sono maggiori di quelli degli altri. Non si sa tuttavia sino a quando sarà possibile mantenere tale presenza considerati i rischi tremendi che essa comporta.

Resto pertanto stupito nel leggere molti articoli pubblicati da quotidiani nazionali in cui si invita il governo a fare “qualcosa”, anche se non si capisce bene cosa ciò possa significare. Gli spazi per la mediazione diplomatica non ci sono: mancano interlocutori credibili con i quali trattare.

Mi è capitato persino di leggere un’esortazione a intervenire militarmente – da soli – sul terreno, magari utilizzando truppe speciali ora dislocate in Afghanistan e in altri teatri di guerra.

 

Fiamme dall'aeroporto di Tripooli
Fiamme dall’aeroporto di Tripooli

 

Chi scrive cose simili vaneggia. In primo luogo l’Italia non possiede la forza militare per condurre operazioni solitarie di questo tipo. E, se per caso lo facesse, è ovvio che l’opinione pubblica, a grande maggioranza, si ribellerebbe. Dubito che il Parlamento concederebbe l’autorizzazione.

Purtroppo dobbiamo limitarci – se e fino a quando sarà possibile – a mantenere un minimo di presenza diplomatica, consci che le responsabilità maggiori per quanto è accaduto non vanno certo addebitate a noi.

 

 

Si dovrebbe chiedere il conto all’ineffabile Sarkozy, che si faceva finanziare le campagne elettorali da Gheddafi. Al damerino Cameron, che pensa di essere l’erede legittimo di Churchill. Al tentennante Obama, del quale non si riesce mai a capire quale strategia abbia in mente (ammesso ne abbia una).

Tutto il resto è pura illusione. Ci mancherebbe ancora che inviassimo i soldati nella Libia attuale. I tempi di “Tripoli, bel suol d’amore” sono finiti per sempre.

 

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