Il più recente rapporto dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite dell’8 luglio 2014 ci dice delle 150 mila donne siriane costrette a fuggire da Suheli, nella provincia orientale siriana di Deir Ezzot, e dalle cittadine di Kosham e Tabia verso Giordania, Libano, Turchia e persino Iraq.
Profughi che vanno ad aggiungersi agli altri 4 milioni di sfollati presenti in Egitto, Giordania, Iraq, Marocco e Yemen e ai 2,5 milioni di rifugiati.
Nel Paese in cui si contano oltre 160 mila morti, ora c’è un pezzo di Califfato Islamico proclamato da Abu Bakr al Baghdadi.
S’è parlato molto di storia del Califfato Islamico riesumato da quello degli Omayyadi del 661-750, ma poco di lui, l’autoproclamato Califfo.
Iracheno di Samarra, 43 anni, Baghdadi ha militato nei gruppi qaedisti nal 2003 e dal 2010 al 2013 quando ne venne allontanato dal leader di Al Qaeda Aynmah al Zawahiri.
Il suo braccio destro è il portavoce del movimento, Abu Mohammad al Adnani, di 30 anni, abilissimo nella propaganda e che ha ribattezzato la formazione “Islamic State of Iraq and Sham” in “Islamic State” per sottolinearne la continuità con il califfato Islamico originale di cui ha ricalcato i confini.
E per questo l’IS punta a riconquistare le vecchie capitali: Damasco e Baghdad che designavano la terra dello Sham.
La “geografia” attuale del ‘Califfato Islamico’ è nota: si estende dalla provincia siriana settentrionale di Aleppo al confine con la Turchia attraverso i Governatorati di Raqqa e Deir Ezzor, nell’ entroterra a Est di Homs sino alla provincia irachena di Al Anbar.
Dopo la conquista di Mosul, il territorio occupato ha raggiunto il Nord dell’Iraq nel Governatorato di Ninive fino ad arrivare verso Sud all’avamposto orientale di Diyala e consolidarsi a Ovest nell’Al Anbar.
Ma l’impatto principale è politico e la guerra siriana scivola velocemente da un movimento di disobbedienza civile in sollevazione popolare per la reazione brutale del regime e l’ingerenza di potenze esterne.
USA, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Turchia e Iran hanno acuito le tensioni interne tra le due tendenze rivali islamiche rappresentate dalla minoranza alawita al potere e la maggioranza sunnita dando avvio a una guerra civile alimentata da un’opposizione finanziata, addestrata e armata suddivisa in numerosi e confliggenti gruppi.
Mentre gli oppositori all’estero non conoscono neppure i gruppi armati questi ultimi cercano sostegno nel Nord del Paese da Turchia e Qatar e nel Sud ricevono armi e logistica da Giordania, Arabia Saudita e USA.
Queste ingerenze esterne impediscono una lettura di questo conflitto come strettamente confessionale anche per la presenza della divisione tra forze laiche e islamiste.
L’Esercito Siriano Libero si dichiara laico mentre la maggior parte dei gruppi va dagli islamisti moderati ai salafiti fino ai jihadisti qaedisti e oltre dopo la creazione del Califfato Islamico.
Questa frammentazione è fonte di un crescente disaccordo sino a favorire sanguinosi scontri dall’inizio del gennaio 2014 fra l’ESL e l’ISIS (ora IS) nel Nord e nel Centro della Siria dando luogo a una guerra civile dispersa nel territorio che diventa per il regime sempre più incontrollabile.
Per mantenere la sua supremazia militare, Damasco necessita di rinforzi da parte delle Brigate Al Quds dell’Iran , delle Unità d’èlite di Hez’Allah libanese e delle milizie locali.
E per Assad la principale minaccia viene ora dalle formazioni più radicali.
Il Fronte Al Nusra e l’ IS, pur confliggenti tra loro, ricevono aiuti dai Paesi del Golfo.
Dall’altro canto l’ESL -la rivolta ‘laica’- è cambiato profondamente per l’ingerenza dell’Arabia Saudita, che ne ha preso le redini dalla battaglia di Qusayr nell’aprile 2013.
Il conflitto sembra destinato a durare anche per gli interessi degli attori esterni.
Gli USA hanno rinunciato all’opzione guerra e seguono la situazione in bilico tra una vittoria degli Islamici e quella di Assad ritenendo la prima peggiore della seconda.
Arabia Saudita e Israele sono interessati alla caduta di Assad perché indebolirebbe la mezzaluna sciita con Iraq, Iran, ed Hezb’Allah.
Mosca invece non intende perdere l’accesso al Mediterraneo garantito dai porti di Latakia e Tartous.
Nel breve e medio termine la pace è impossibile e nel lungo periodo la Comunità Internazionale avrà grandi responsabilità per aver lasciato cadere le sia pur poche occasioni per interrompere il massacro che si sta svolgendo nell’indifferenza generale.