giovedì 18 luglio 2019

Afghanistan tribale, si torna alla guerra Tajiki – Pashtun?

I risultati parziali del ballottaggio presidenziale danno in testa Ashraf Ghani -sostenuto dalle tribù tajike del nord- on oltre il 56% dei consensi, ma il suo sfidante Abdullah Abdullah non intende riconoscerne la vittoria. Il sud Pastun protesta e minaccia secessioni, governi paralleli e caos

In campo al momento solo le tifoserie, ma l’aria a Kabul sta diventando rapidamente irrespirabile. L’annuncio della vittoria di Ashraf Ghani al ballottaggio delle elezioni presidenziali afghane, data ormai quasi per certa, ha innescato un’ondata di proteste. I sostenitori del suo sfidante, Abdullah Abdullah, denunciano brogli e rivendicano la vittoria del loro leader. Gli ultimi numeri forniti dalla Commissione elettorale indipendente descrivono una disparità netta tra i due candidati. Ashraf Ghani è infatti dato saldamente in testa con oltre il 56% dei voti mentre Abdullah non è oltre il 43%.

Il probabile prossimo Presidente dell'Afghanistan Ashraf Ghani
Il probabile prossimo Presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani

Sola cosa certa al momento è che la situazione in Afghanistan rischia di finire fuori il controllo delle autorità nazionali insediate dall’intervento Usa del 2001, se al termine della conta dei voti Abdullah deciderà di non riconoscere la legittimità della vittoria di Ghani. Quest’ultimo, ex funzionario della Banca Mondiale, è sostenuto dalla minoranza tagika del nord del Paese e da una fetta consistente della classe dirigente afghana, è accusato da Abdullah di aver pilotato il voto a proprio favore grazie al sostegno non limpido del presidente uscente Hamid Karzai, che lascerà il potere dopo 12 discussi anni.

Vicini ad Abdullah, molti influenti capi delle tribù pashtun concentrate nel sud e nell’est che già minacciano la possibile formazione di un governo parallelo. Due governi in conflitto a gestire la guerra ancora aperta contro l’integralismo talebano. Allarme generale in casa statunitense che dall’ Afghanistan vuole scappare entro la fine dell’anno. Tocca al segretario di Stato John Kerry intervenire sull’ipotesi di ‘governo parallelo’: “Qualsiasi azione mirata all’assunzione del potere con mezzi non legali costerà all’Afghanistan il sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti e non solo”.

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Kerry prentorio nel tentativo di salvare l’exit-strategy delle forze Nato -italiani compresi- in corso da mesi. Con un Afghanistan che continua a dipendere dagli aiuti di Washington, sia in soldi che in armamenti ed altro per far fronte alla minaccia permanente rappresentate dalle milizie talebane. Ma non è solo quello oggi a pesare e rischiare di far saltare il banco riportando il Paese al 2001. Pesano le radicate divisioni etniche e le rivendicazioni delle varie tribù, popoli, lingue e culture di quelle terre aggregate dal frullatore della storia: la maggioranza pashtun, e tagiki, hazara, uzbechi e mezza Asia.

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