• 27 Febbraio 2020

PUNTO E A CAPO
La Cina torna impero e ridisegna il mondo

C’è voluto un bel po’ di tempo, ma finalmente i media italiani si sono accorti di quanto stia diventando esplosiva la situazione in Estremo Oriente. Naturalmente tutti sapevano che l’espansionismo cinese sta crescendo in modo esponenziale, e che la tensione con i Paesi vicini tocca livelli prima sconosciuti. Tuttavia il riscontro informativo era scarso, mentre ora gli articoli sono sempre più numerosi. M’ero accorto del problema nel corso di numerosi viaggi di lavoro in Cina, Giappone, Vietnam e Hong Kong, salvo poi sorprendermi al ritorno notando che, da noi, comparivano soltanto dei trafiletti in cui si parlava brevemente degli avvenimenti nell’Asia Orientale. Adesso i riscontri sono assai più puntuali e frequenti, a riprova del fatto che in quell’area, strategicamente così importante, il pericolo di scontri militari è davvero reale.

L’atteggiamento della Repubblica Popolare è parecchio cambiato con l’avvento della dirigenza guidata da Xi Jinping. La nuova leadership sta infatti realizzando concretamente un disegno imperiale che la grande nazione asiatica ha in realtà sempre coltivato, ben prima della rivoluzione comunista di Mao. Oltre a essere convinti che i territori tibetani e uiguri (per fare solo due esempi) sono parte integrante della Cina anche se la storia non depone a favore di tale tesi, a Pechino sono state rispolverate vecchie mappe risalenti addirittura ai tempi del Kuomintang e di Chiang Kai-shek, il generalissimo nazionalista sconfitto da Mao e rifugiatosi nel 1949 con le sue truppe superstiti nell’attuale Taiwan (per molto tempo chiamata Formosa in Italia).

 

cina imperiale MARI CONTESI

 

Già i nazionalisti avevano elaborato una mappa diversa da quella tradizionale, assegnando alla Cina vasti tratti del Mar Cinese Meridionale che, secondo gli accordi riconosciuti dalle Nazioni Unite, costituiscono invece acque internazionali. La decisione si deve al fatto che molte parti di quel mare erano e sono tuttora oggetto di contenzioso tra RPC, Giappone, le due Coree, Taiwan, Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei. La lunga lista delle nazioni citate fa subito capire l’estensione dell’area. Si tratta di 3,5 milioni di Km quadrati in cui sono compresi parecchi piccoli arcipelaghi per lo più disabitati oltre a isolotti sperduti (spesso dei semplici scogli). Irrilevante, insomma, la consistenza territoriale.

Si dà però il caso che, secondo recenti ricerche, quest’area si sia rivelata ricca di giacimenti sottomarini – prima sconosciuti – di petrolio e di gas. E questo è il primo tassello della storia, di per sé già sufficiente a spiegare la crescita della tensione cui accennavo all’inizio. Se aggiungiamo che una parte rilevante del traffico mercantile mondiale percorre proprio quelle rotte, che il diritto di navigazione dipende dalla sovranità sugli arcipelaghi, e che “last but not least”, le acque sono molto pescose, il puzzle diventa completo.

 

Nessuno però si aspettava che la Repubblica Popolare, finora sempre attentissima ai rapporti con i vicini (con l’eccezione dei casi considerati “interni” come il Tibet), mettesse il piede sull’acceleratore praticando senza remore una politica puramente muscolare. E’ stato prima il caso delle isolette Senkaku/Diaoyu, oggetto di contenzioso con il Giappone, e poi delle Paracel sulle quali vantano diritti vietnamiti e filippini. Con il Vietnam, com’è noto, si sono già verificati scontri con morti e feriti. Con le Filippine, che mantengono su una delle isole un piccolo contingente di marines, per ora no, ma il pericolo c’è.

Nel frattempo a Pechino è stata ufficialmente presentata una “mappa verticale” – diversa da quella orizzontale finora in voga – intesa a mostrare l’intera estensione territoriale della Cina. Include una linea definita “dei nove tratti” (un linguaggio che ricorda quello maoista) e, guarda caso, tale linea include tutti gli arcipelaghi e isole sin qui nominati oltre a parecchi altri.

 

Una della rare fotografie di Mao durante la Lunga Marcia
Una della rare fotografie di Mao durante la Lunga Marcia

 

In conclusione i cinesi stanno praticando una politica del fatto compiuto confidando sulla loro crescente potenza militare e, giova ricordarlo, sull’attuale latitanza USA. Gli americani si sono limitati a proteste formali e a gesti dimostrativi come il sorvolo delle Senkaku da parte di un paio di B-52. Le incognite restano comunque enormi. Tranne il Vietnam che è Paese ideologicamente affine, quasi tutti gli altri Stati coinvolti sono stretti alleati degli Stati Uniti. La tensione non accenna a diminuire poiché la Cina va dritta per la sua strada senza curarsi delle proteste internazionali e degli appelli all’ONU.

 

Michele Marsonet

Michele Marsonet

Michele Marsonet, Prorettore alle Relazioni Internazionali dell'Università di Genova, docente di Filosofia della scienza e Metodologia delle scienze umane.

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