domenica 24 marzo 2019

UNIONE EUROPEA
Jean Claude Juncker
l’ «Usato sicuro»

Come si è arrivati a scegliere il Presidente della Commissione europea, definire il mini programma, e non fare sconti all’Italia sul debito pubblico. Un contributo di Carlotta Gualco, direttore del Centro in Europa, associazione culturale di Genova che da più di 20 anni fa info-formazione sull’Ue

Dopo il vertice europeo di Ypres assistiamo alla solita ridda di interpretazioni su chi ha vinto, perso, pareggiato. La decenza politica è stata salvata designando Jean Claude Juncker presidente della Commissione europea: era il candidato del Partito Popolare Europeo, che con le elezioni di maggio ha ridotto il numero dei suoi deputati europei ma continua ad essere il primo gruppo al Parlamento. Non credo che la prima preoccupazione dei capi di Stato e di governo riuniti nella città delle Fiandre sia stata quella di non deludere la volontà del popolo, al quale era stato raccontato che dal voto per il Parlamento europeo, per la prima volta, sarebbe scaturito anche il presidente dell’Esecutivo europeo.

Probabilmente il Lussemburghese, una lunga carriera politica di governo al suo Paese e nella UE, ha rappresentato qualcosa di simile alla scelta dell’”usato sicuro” (con buona pace di David Cameron che, assieme al collega ungherese Viktor Orban ha votato contro). Prudenza ha consigliato di attendere il voto del Parlamento sul presidente designato per comporre l’insieme delle altre nomine che contano (presidente del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo, Alto rappresentante per gli affari esteri; ci sono poi da individuare gli altri componenti della Commissione europea).

 

Carissimi nemici
Carissimi nemici

 

 

L’obiettivo principale del governo italiano era quello di anteporre all’individuazione di un nome per la presidenza della Commissione un programma di quello che l’Europa avrebbe fatto, soprattutto per la crescita. In ciò rientra anche la richiesta di una maggiore flessibilità nel rispetto dei vincoli della finanza pubblica, in funzione di una maggiore capacità di investimento. Da questo punto di vista Renzi, forte del suo successo elettorale in patria, ha avuto successo; il Consiglio europeo nelle conclusioni si esprime cautamente in termini di “migliore flessibilità”. È un qualcosa su cui costruire. Ma che cosa può fare l’Europa, direttamente, in termini di rilancio dello sviluppo?

Il Consiglio ha fatto propria un’Agenda strategica per l’Unione in tempi di cambiamento, che contiene 5 priorità chiave per i prossimi 5 anni: economie più forti e con maggior occupazione; un’Europa che garantisca empowerment e protezione, poi energia e clima, libertà fondamentali, ruolo efficace nel mondo.

 

Limitandoci alla prima priorità, non troviamo niente di particolarmente nuovo: piena realizzazione del mercato unico, il solito richiamo ad un clima favorevole per imprenditorialità e creazione di lavoro, il rilancio del Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti e il rafforzamento dell’Unione monetaria ed economica. Il Consiglio richiama la necessità di rilanciare gli investimenti; vanno utilizzati pienamente i Fondi strutturali (in Italia abbiamo qualche problema in proposito), vanno mobilitate risorse pubbliche e private soprattutto per investimenti di lunga durata; vanno utilizzati e sviluppati strumenti finanziari, come quelli della BEI; poco altro.

È vero, si tratta di conclusioni del vertice, necessariamente sintetiche (e generiche), ma i socialisti europei, coadiuvati dall’impegno di economisti e ricercatori progressisti, offrono un ventaglio di proposte economiche molto più articolato e innovativo, a cominciare da un nuovo piano di sviluppo sostenibile e investimenti da presentare al Consiglio e al Parlamento europeo entro la fine di quest’anno, un maggior uso di project bond, il rilancio della tassazione delle rendite finanziarie, l’incremento del bilancio europeo, una solida dimensione sociale all’interno della governance economica europea. Del resto, anche se hanno incrementato la loro presenza al Parlamento europeo, i socialisti, tranne che in Italia, non hanno mietuto particolari successi nella competizione elettorale europea.

 

La vecchia nuova Europa che si ama
Un amore interessato

 

I cultori del bicchiere mezzo pieno diranno che comunque i temi della crescita sono tornati al centro dell’agenda europea. Ed è vero che ciò si deve soprattutto all’impegno di Matteo Renzi. Che indubbiamente torna in Italia rafforzato nel suo programma di riforme. A Ypres il concetto è stato ribadito: flessibilità, e quindi anche investimenti (e occupazione), solo in cambio di riforme. È questo il principale risultato del vertice per l’Italia: l’aver avuto conferma del fatto che la maggior parte del lavoro dovrà essere fatto a casa nostra: è l’unico modo per strappare concessioni ai partner europei considerando che su di noi grava il pesantissimo fardello del debito pubblico. Viste da questa prospettiva, le querelle nostrane e all’interno del Pd sul programma di riforma del governo sembrano davvero piccole piccole.

 

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