L’Iraq ha ricevuto una prima fornitura di aerei da caccia russi Sukhoi. L’annuncio di Baghdad mentre le forze governative, sostenute dall’aviazione, hanno lanciato un assalto per riprendersi Tikrit, la città di nascita e vecchio feudo di Saddam Hussein, a 60 chilometri da Baghdad. Intanto gli jihadisti dell’Isis hanno annunciato via internet al mondo la ricostituzione del Califfato, regime politico islamico sparito da circa un secolo. In un audio postato su Internet, l’Isis (o Isil o Daesh) ha anche designato il suo capo Abu Bakr al-Baghdadi “califfo”, cioé “capo dei musulmani” sul pianeta.
Ma lo scenario più confuso è quello politico interno iracheno. Gli Stati Uniti stanno chiedendo ormai apertamente un cambio al vertice dello Stato iracheno proponendo un governo di unità nazionale. Ma il premier in carica, Nouri Al Maliki non ne vuole sapere, tanto più dopo il sostegno anche militare ottenuto da parte della Russia di Putin. Il premier aveva vinto nettamente le elezioni, ma da subito non è sembrato in grado di garantire una equa rappresentanza alla minoranza sunnita e una equilibrata spartizione dei poteri. L’attacco delle milizie integraliste sunnite ha ne è una conseguenza.
L’emergenza militare ha cambiato il quadro generale della situazione e messo con le spalle al muro il governo di Baghdad, pressato da Occidente perché dia più spazio per tutti i partiti, i sunniti vicini all’Arabia Saudita in particolare, e spinto invece alla fermezza da Oriente che in fretta e furia fornisce i caccia bombardieri Sukhoi. Intanto l’Iraq stesso è diventato una entità politica incerta. La perdita di fatto del controllo dell’Iraq settentrionale -la parte conquistata militarmente da Isil, e la parte curda ormai separata di fatto- non favorisce certo la prosecuzione del mandato di Al Maliki.
Salvo un qualche ‘intervento esterno’, Al Maliki non ha alcuna intenzione di cedere e formare un governo di unità nazionale. Ma non bastano i caccia Sukhoi russi a fargli recuperare l’isolamento: rapporto con i curdi pessimo se non inesistente, e quello con i sunniti è ancora peggio. Aver esclusa l’altra parte araba dalla scommessa del dopo Saddam è stata una delle sciocchezze del proconsole Usa Brennan, fattore scatenante dell’opposizione armata che ora raccoglie anime del sunnismo che fu moderato, ex militari e membri del partito Baath di Saddam che lottano per una rappresentanza.
Ovviamente non la pensa così l’Iran sciita. Per gli Ayatollah, lo sciismo che resiste al potere in Siria e in Iraq è la lvezza per presidiare regioni chiave del Medio Oriente e non perdere terreno nel confronto storico con i sunniti. Alleanze trasversali e contrappose: i sunniti di ISIS hanno stretto una nuova alleanza con le milizie di Jabhat Al Nusra che operano in Siria contro Assad. Un patto da non sottovalutare visto che fino a pochi mesi fa i due gruppi si combattevano violentemente, a dirci che lo scontro tra sunniti e sciiti è ormai la guerra prevalente dall’Iraq alla Siria e sfiora Libano e Giordania.