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domenica 22 Settembre 2019

DIVERSI MONDI
Rajasthan 2° puntata
ed è sempre India

Prosegue il viaggio avventuroso di Federico Klausner in Rajasthan ‘Inseguendo occhi e storie ispirate alla povertà contadina e alla fierezza Rajput. Un arcobaleno di tradizioni e di sari che catturano la sensibilità del viaggiatore curioso. E lo incantano come un serpente al suono del pungi’

RAJASTHAN – UN TASSAMETRO A COLORI 2

Prosegue il viaggio in Rajasthan inseguendo occhi e storie, ispirate alla povertà contadina e alla fierezza rajput. Un arcobaleno di tradizioni e di sari che catturano la sensibilità del viaggiatore curioso. E lo incantano come un serpente al suono del pungi.

Nawalgarh (Shekhawati)



Per trovare un po’ di verde con una storia meno tragica si deve lasciare il deserto del Thar e salire la strada che porta al Monte Abu a sud di Jodhpur, la stessa percorsa dal Residente britannico del Rajputana (terra dei Rajput, altro nome del Rajasthan) che qui ebbe il suo quartier generale fino al 1947. Una strada che serpeggia nella foresta dove una folla di scimmie, lungo il parapetto, resta in paziente attesa di qualche nocciolina lanciata dal finestrino. Al di là della temperatura molto piacevole e del Nakki Talao, il laghetto sacro scavato secondo la leggenda dalle unghie degli dei spaventati da un demone, su cui ora turisti immemori galleggiano in pedalò, il motivo principale per spingersi fin qui è lo straordinario complesso di templi Jain di Dilwara.

Una donna vende collane di fiori davanti a un tempio
Una donna vende collane di fiori davanti a un tempio


Semplici all’esterno, per nasconderli alla avidità dei predoni, rivelano all’interno una ricchezza spettacolare. Tra essi spicca il tempio Adinatha, il più antico, costruito nella seconda metà del XII secolo. Servirono 14 anni, 2700 operai e una schiera di elefanti per realizzare e trasportare sul posto che occupa ora questo gioiello. La fatica di ogni artigiano venne ricompensata con un peso in oro pari alla polvere prodotta durante l’intaglio della pietra (in argento se si trattava di un semplice assistente) e con un tempio collettivo come fringe benefit. E non doveva trattarsi di un peso leggero a giudicare dagli incredibili ricami e trafori ricavati nel marmo candido delle colonne, degli archi che sorreggono, dei rosoni e dei cortili, intorno a cui, nascoste da grate alla luce accecante, stanno le statue delle divinità jain in silenziosa osservazione. Sono statue semplici, lisce, senza particolari decori ed espressioni, che contrastano con la stupefacente ricchezza degli interni. Sfortunatamente dal 1992 non si possono più fotografare, dopo che le autorità religiose si risentirono per alcuni spot girati all’interno considerati “pornografici”. Da notare che nella patria del Kamasutra e del Tantra è considerato indecente tenersi per mano o abbracciarsi.

Scendendo dal Monte Abu si passa Udaipur, con i suoi splendidi palazzi che si riflettono nel lago Pichhola e Chittaurghar dominata dallo smisurato forte, per  raggiungere Bassi. Il clan Bassi, signori del posto, conta 110 membri che vivono qui da 450 anni e si incontrano solo per i matrimoni. Il Bassi Fort Palace, residenza che alcuni esponenti continuano ad abitare, risale al 1500 e, pur non essendo di grandi dimensioni, è delizioso. Una parte di esso è stata trasformata in piccolo hotel dove si vive insieme alla famiglia del maharaj. Cucina la maharani che nelle stanze degli ospiti lascia un sari, con cui le ospiti si devono vestire per cena. Oltre al forte e al paese il clan Bassi ha dato il nome a un laghetto e a una diga che fanno parte di una riserva faunistica, ceduta al prezzo simbolico di 1 Rp. alla comunità. Anche se non è molta, nel lago c’è abbastanza acqua per pescare e irrigare i campi di Amjaria un villaggio bheel, etnia di agricoltori, cui il nonno di Bhupendra Singh, attuale proprietario del forte, concesse gratuitamente in uso la terra per permettere loro il sostentamento. In segno di riconoscenza ogni anno portano ai Bassi 5 litri di mowra, un liquore ottenuto dagli omonimi frutti.

Panni stesi ad asciugare in riva a un fiume
Panni stesi ad asciugare in riva a un fiume

In questa area i bheel vivono in 4 villaggi per un totale di 1600 persone, ma il loro numero è in diminuzione perché si sposano solo tra loro, e quindi problemi di consanguineità, e perché si curano esclusivamente con le medicine che ricavano dalle erbe, piuttosto limitate. Di carattere duro e diffidente, scelgono per i loro villaggi posti isolatissimi, raggiungibili solo a piedi o in jeep e sono autosufficienti con una dieta a base di prodotti dei campi, polli, agnelli e qualche cervo che cacciano. Vivono in piccole capanne di fango e sterco, che pare serva a tenere lontani gli insetti, al cui interno c’è solo un armadio per conservare abiti e cibo. D’inverno le condividono con i loro animali, d’estate dormono fuori. Il governo ha portato l’energia elettrica, ma i bheel non la usano perché sono terrorizzati della occasionale esplosione delle lampadine; quindi neppure frigoriferi radio o telefono. Sono all’oscuro di quello che accade non solo nel mondo, ma anche in India. La giustizia viene amministrata dal consiglio degli anziani e se qualche lite è insanabile viene sottoposta all’insindacabile giudizio del maharaj, accettato da tutti. Non vanno neppure a scuola per paura che vengano contaminate le loro tradizioni; una è quella di avere i matrimoni arrangiati dalle famiglie all’età di 1-2 anni e di iniziare a vivere insieme a 13-14. In “città”, il paese di Bassi distante una ventina di km in jeep, vengono 2 giorni all’anno in settembre, alla fine della stagione dei monsoni.

Il primo giorno si recano al Bassi Kund, la profondissima cisterna alimentata dalle acque del vicino lago, in cui nessuno si può immergere durante l’anno. Qualcuno della famiglia bassi lancia in acqua 7 noci di cocco che i bheel e solo loro hanno il diritto di ripescare. Terminata l’operazione si scatena l’inferno e 3.000 – 4.000  persone frementi si gettano contemporaneamente nella vasca. Il giorno successivo ritornano per tenere davanti al castello uno spettacolo sulle loro arti e tradizioni e consegnare i 5 litri di mowra al maharaj. Durante questi due giorni acquistano anche i beni di assoluta necessità. Pochi in realtà dato che non conoscendo né l’hindi (parlano il merwari, una variazione del rajasthani) né i prezzi, vengono imbrogliati dai negozianti del villaggio, che fanno loro pagare quattro volte il dovuto. Alla fine di questo viaggio nel tempo, dove in 20 km si percorrono secoli passando da un villaggio senza corrente elettrica a uno servito da internet, che sfiora un medioevo nel cuore di una potenza atomica, si spalanca la portiera dell’Ambassador sul sorriso di Arban e la nostra capsula temporale ritorna un normale taxi che riprende le polverose strade del Rajasthan.

Testi e foto: Federico Klausner /LATITUDESLIFE.COM © RIPRODUZIONE RISERVATA

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