Pomodori. Una volta, quando non c’erano ancora i supermercati (vi sembrerà strano ma in Italia, i supermercati, come tante altre cose, sono arrivati tardi), la passata di pomodoro non si comprava. O almeno, lo si faceva di rado, solo in caso di emergenza.
Nel mio quartiere, Piazza Vittorio, a Roma, per fare la spesa c’erano tre possibilità: il pizzicagnolo, il sor Franco all’angolo (salumi, baccalà e formaggi), il fornaio, il sor Ventura, pane, biscotti, pizza e pasta e il mercato all’aperto di Piazza Vittorio, un multicolore agglomerato di ortaggi, mortacci e chi più ne ha più ne metta.
Ogni tanto mia madre mi mandava a fare la spesa. Avevo la lista. Ed ogni ricognizione che fosse dal fornaio o dal pizzicagnolo si concludeva con un “segna che poi passa mamma”. Ricordo ancora con nostalgia il periodo dei miniassegni, soldi di carta straccia che non so quale funzione tampone svolgessero negli anni bui dell’inflazione.
Poi, i primi scaffali. E una botta di consumismo.
Non in casa Timperi, almeno.
Forti di parentele ciociare, infatti, mio padre, io e la nostra 128 si partiva alla volta di Sgurgola (al primo che ride verrà rigata l’automobile) per fare il pieno. Una volta della passata di pomodori per il sugo, una volta del vino. Rigorosamente con filiera certificata. Prodotti che oggi verrebbero chiamati biodinamici perche’ fa figo. Una volta, ai miei tempi, semplicemente genuini. Anni in cui OGM poteva al massimo significare Oggi Giornata Mondiale.
Dunque i pomodori. Dunque la 128 di mio padre. Di cui ho gia’ avuto modo di parlare. Verde pisello, sedili rossi. Ce n’era abbastanza per farsi prendere per i fondelli. Tuttavia interpretava al meglio gli psichedelici anni70.
Mio padre detestava l’uso dell’autostrada. “Ci si addormenta” questo il ritornello. E forse era vero, se si pensa che sul nastro d’asfalto, già a 90 all’ora sembrava di decollare. Quindi, la statale, con la sua andatura più fluida, almeno all’epoca, era l’ideale. Frazioni, borghi, paesini, paesotti. Tutte tappe di avvicinamento al traguardo. Lo ammetto. Io ero uno di quei bambini che ad un certo punto del viaggio, davanti o dietro che fossi, denunciava una particolare inclinazione a dare di stomaco. Per cui, quando raggiungevo il livello di guardia, come un cocker, aprivo il deflettore, abbassavo il finestrino e…il resto ve lo potete immaginare. Durante il viaggio, rubavo con lo sguardo i gesti di mio padre, Flavio.
La perfetta coordinazione freno, frizione, gas, marcia grattare o imballare il motore. E le sue mani che carezzavano il volante. Rigorosamente senza servosterzo. Se è per questo anche senza servofreno. O aria condizionata. O abs, esp, e tutte le altre molli blandizie odierne. Il cruise control di ieri si chiamava acceleratore a mano. Non c’era l’accensione o l’iniezione elettronica. Quando mettevi in moto dovevi essere un piccolo stregone alchimista, maestro nel saper dosare l’aria, dare un colpetto di acceleratore, stando ben attento a non ingolfare il motore.
All’arrivo a Sgurgola, seguivano i pizzicotti dei parenti. Molto, tanto affettuosi. Poi, subito il pedaggio del pranzo (quando sei piccolo non ami mangiare e quando sei grande che vorresti, invece, non puoi…)
A seguire, lo stivaggio delle bottiglie. Vino o pomodoro. O a volte entrambi. Il bagagliaio era rivestito di nuda lamiera. Per cui, a cartoni e giornali era affidata la missione salvifica di portare tutto integro a casa. Determinante il modo fluido e pacato di guidare di mio padre. Non sempre ci si riusciva. Almeno con le bottiglie dei pomodori. Storia diversa invece per il vino, trasportato in taniche di 5,10 o 25 litri. Con quelle si viaggiava tranquilli, essendo di plastica. I Timperi in missione biodinamica li riconoscevi lontano un miglio, al ritorno. Il muso della 128 che puntava verso l’alto, la marmitta che sfiorava pericolosamente l’asfalto, le ruote posteriori stremate per lo sforzo che cercavano conforto nel parafango. Le sospensioni livellanti erano appannaggio della Citroen DS, lo squalo. Un’auto nata rivoluzionaria e subito adottata dalla borghesia. La 128, invece, era pura e semplice classe operaia. Ma quello delle attribuzioni sociali delle auto è tutto un altro capitolo.