sabato 20 luglio 2019

Afghanistan bomba,
il nuovo presidente,
i talebani e l’Italia

Una settimana prima che il ballottaggio decida chi sarà il nuovo presidente dell’Afghanistan, il candidato favorito, Abdullah Abdullah, scampa a un attentato. L’Afghanistan elettorale è segnato da attentati talebani e sarà così anche dopo il voto. Restano due visioni opposte del futuro afghano

Un tagiko e uomo dell’Alleanza del Nord per la presidenza dell’Afghanistan. Il ballottaggio per le elezioni presidenziali vede favorito Abdullah Abdullah sullo sfidante Ashraf Ghani Ahmadzai. Era dai tempi di Burhanuddin Rabbani, in carica dal 1992 al 1996, che alla presidenza non saliva un non-pashtun. Il motivo sta nelle forti divisioni etniche del Paese. I tagiki discendono dalle popolazioni iraniche e parlano la lingua ‘dari’, originata dal persiano. I pashtun -popolazione originaria del ‘pashtunistan’ tra Afghanista e Pakistan- rappresentano, essendo il 40% della popolazione, la maggioranza etnica nel Paese.

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Solo una settimana prima che il ballottaggio decida chi sarà il successore di Hamid Karzai il candidato favorito è scampato a un attentato. Abdullah Abdullah usciva dall’Ariana Kabul Hotel nel quartiere occidentale di Kot-e-Songi con un corteo di auto diretto al vicino Hotel Continental quando due esplosioni investono il convoglio.

Si salvano sia Abdullah che Zalman Rassoul, già Ministro degli Esteri che sostiene Abdullah, mentre restano uccisi una delle guardie del corpo di Abdullah e cinque civili, oltre a decine di feriti.

L’azione viene rivendicata dai Talebani che nonostante centinaia di iniziative armate per terrorizzare i cittadini non raggiungono l’obiettivo di fermare il processo elettorale.

Gli attentati continueranno anche dopo le votazioni perché non si scontrano solo due candidati ma due visioni completamente diverse della realtà afghana.

 

Abdullah Abdullah candidato e probabile prossimo presidente dell'Afganistan
Abdullah Abdullah candidato e probabile prossimo presidente dell’Afganistan

 

Da un lato ci sono i candidati alla Presidenza.

L’antagonista di Abdullah è Ashraf Ghani, già funzionario della Banca Mondiale e Ministro delle Finanze, con il 31% dei voti ad Aprile e ora alleato con il radicale Sayyaf votato al primo turno dal 7% degli elettori.

Ghani tenta di attrarre i conservatori religiosi e i mujaheddin con un’agenda socio-economica che mira a integrare l’economia locale con quella asiatica e internazionale per rendere il Paese meno dipendente dagli aiuti esteri.

Ma di fatto, anche Ghani avrebbe assicurato gli USA di essere pronto a firmare l’Accordo bilaterale per la sicurezza che significa la permanenza statunitense e occidentale in Afghanistan.

 

Dall’altra parte ci sono gli studenti di teologia delle madrasse ispirate dal deobandismo, diffuso dal 1865 a Deoband, nell’Uttar Pradesh indiano vai confini con il Nepal.

Fino alla divisione India – Pakistan del 1947 sono stati moderati e aperti alle altre correnti religiose fino alla loro radicalizzazione nei decenni successivi, tanto da contare fra gli studenti Mullah Omar, il leader dei Talebani.

Nazionalisti, ostili alle interferenze straniere, i Talebani hanno avuto contatti con gli USA durante l’invasione sovietica in Afghanistan ma ora sono orientati a proseguire la guerra contro gli stranieri e i loro alleati occidentali.

E nella realtà i Talebani, pur avendo ospitato Al Qaeda e i suoi leader, si sono sempre smarcati dal terrorismo jihadista internazionalista di matrice qaedista.

Bin Laden infatti non ha mai prestato giuramento a mullah Omar, che ricambiava con altrettanta distanza e fastidio, fino a criticarne apertamente la sua esposizione mediatica.

 

Il futuro Presidente sarà a capo di un Paese di grande importanza geostrategica, situato com’è al crocevia tra Asia Centrale e Meridionale, Occidentale e Orientale, rispetto a Russia, Cina, Iran e Pakistan, e alle riserve energetiche del Caspio e del Golfo.

In questa fase nella quale la strategia USA/NATO sta portando a un nuovo confronto con Russia e Cina, la presenza straniera in Afghanistan significa una sempre maggiore interferenza militare occidentale nella regione Asia/Pacifico.

 

AFGHANISTAN-VOTE

 

La firma del Trattato bilaterale con gli USA vuole dire la permanenza di 9 mila militari, altrettanti contractors, utilizzo di basi, interventi militari -su richiesta afghana- e addestramento ai locali in una guerra finora costata oltre 600 miliardi di dollari, ai quali si aggiungeranno altri 5 miliardi all’anno fino al 2020.

Inoltre, anche la fine delle Forze Internazionali per l’Assistenza alla Sicurezza in realtà continua con l’aiuto economico di 4 miliardi di dollari l’anno da parte dei “Paesi donatori”, tra cui l’Italia.

E l’Italia, con l’Accordo di partenariato del 2012 concederà al Governo afghano un credito agevolato di 150 milioni di euro per infrastrutture strategiche a Herat e il sostegno alla società civile che si aggiungono ai 5 miliardi di euro finora spesi.

Per l’Italia resterà una residua presenza militare con l’impegno della Joint Air Task Force che -secondo l’Aeronautica- “continuerà a operare in Afghanistan con aerei da trasporto tattico c-130 J, aerei da guerra elettronica EC-27 e Predator B”.

 

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