93, 95% delle preferenze, quasi da repubblica delle banane: un abisso rispetto al suo unico sfidante, Hamdeen Sabahi, che non è andato oltre il 3%. Il plebiscito che l’ex generale si aspettava però non è arrivato. L’affluenza alle urne è stata infatti del 44,4%, ben al di sotto di quell’80% (ovvero 40 milioni di elettori su un totale di 54 milioni) che aveva invocato per ottenere un mandato forte dal popolo egiziano e, soprattutto, meno del 51,8% che si registrò alle votazioni del 2012 vinte dall’ex presidente Mohamed Morsi.
In tv qualche migliaio di manifestanti si è esibita festante in piazza Tahrir, al Cairo, per festeggiare il nuovo corso egiziano che ripropone per l’ennesima volta i militari al potere. La presidenza di Al Sisi è in continuità con la tradizione egiziana, che a parte la parentesi dell’islamista Mohamed Morsi, ha sempre visto al comando del Paese figure di spicco dell’esercito, a partire da Nasser, poi Sadat e infine Mubarak. Al Sisi che s’è proposto come salvatore della patria, il solo in grado di tirare fuori l’Egitto dalla crisi economica e sociale in cui era sprofondato dalla rivoluzione del 2011.
Il non voto come voto contro, o come avvertimenti ad al Sisi. Dubbi sui reali interessi del nuovo presidente circolavano con insistenza in tutto l’Egitto, e non solo negli ambienti vicini ai Fratelli Musulmani ormai estromessi dalla scena politica attraverso una durissima campagna di repressione, di arresti e condanne a morte che hanno colpito i leader del movimento. Il pericolo è che una volta al potere Al Sisi voglia ripercorrere le orme dei suoi predecessori passando un colpo di spugna sulle richieste di riforme economiche e sociali e maggiore democrazia rivendicate dal popolo.
Nel rush finale di una campagna elettorale monocolore, in cui ad Hamdeen Sabahi -il concorrente- è stato a malapena concesso il ruolo di figurante per garantire la presenza di uno sfidante e l’agibilità democratica delle elezioni, Al Sisi si è preoccupato di mandare segnali rassicuranti all’esterno -Stati Uniti e Israele- senza chiarire la sua visione sul futuro egiziano, sulle riforme, come porre rimedio alla crisi economica, fermare la corruzione, diminuire la disoccupazione e il deficit di bilancio, lanciare una nuova politica energetica e dare ossigeno al turismo, principale fonte di introiti.
Queste e altre perplessità che hanno spinto molti egiziani a restare a casa, come dimostrano le file scarne di elettori che hanno atteso il loro turno per recarsi ai seggi del Cairo e di Alessandria e i goffi tentativi da parte del governo di ingrossare la percentuale dell’affluenza allungando di un giorno le elezioni prolungate al 28 maggio, proclamato giorno di festa nazionale per permettere a più persone possibili di saltare il lavoro e andare a votare. Non è bastato a nascondere il dissenso. Dalla ‘rivoluzione’ del 2011 alla ‘restaurazione’ che tranquillizza il mondo ma non il popolo egiziano.