martedì 18 giugno 2019

Ciclone euroscettico, Unione da reinventare ma sempre democristiana

Gli euroscettici incassano i molti e motivati mal di pancia verso Bruxelles ma l’Unione europea risulta ancora un buon affare. Voto shock in Francia e Gb, terremoto Le Pen in Francia. Ma saranno i democristiani a comandare, assieme ai socialdemocratici. Più centro che sinistra, all’italiana

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Ciclone euroscettico, Unione da reinventare ma sempre democristiana

Ciclone euroscettico Unione da reinventare Purché democristiana. Terremoto in Francia e nel Regno Unito, dove i governi sono stati pesantemente battuti. Euro scettici o comunque Euro Critici, che forse non sarà un male. Nelle prime proiezioni del Parlamento europeo basate sui risultati disponibili, lo tsunami euroscettico è meno violento del previsto. Non solo per il risultato italiano, che sembra premiare il Pd molto oltre le previsioni. Persino l’affluenza alle urne inverte la tendenza per la prima volta dal 1979: 43,1% su base europea, lo 0,1% in più dal 2009; segnale positivo. Si temeva che gli euroscettici arrivassero oltre il 25%, e sono sotto il 20%.

Mentre a Bruxelles arrivano i primi dati reali dai 28 paesi dell’Unione, sembra confermato che i ‘popolari’ del Ppe che hanno guidato l’Europa negli ultimi dieci anni, pur perdendo una sessantina di seggi restano la ‘famiglia politica’ di maggioranza relativa. E che i socialisti, cresciuti in Germania e Italia, pagherebbero il crollo a Parigi. C’è poi la destra estrema, quella nazionalista e fascistoide che ha partiti in tutta l’Unione. Tra queste forse, vittoria assoluta di Marine Le Pen e del Front National in Francia. Il primo ministro Valls parla di ‘terremoto’ mentre il presidente Hollande traballa.

Da Londra arrivano reazioni più composte -sono inglesi- col leader fronte euroscettico che si limita a sottolineare il risultato storico ottenuto. Il vero sconfitto è il premier David Cameron che l’Unione europea non ha mai amato ma che sosteneva di volerla soltanto rifondare in chiave assolutamente atlantica e molto ‘liberal’, senza troppi vincoli. Ma nella compassata Gran Bretagna vince oggi chi, l’Unione europea preferirebbe affondarla. Istanze isolazioniste sempre presenti nel regno che sente più vicina l’America d’oltre Atlantico dell’Europa d’oltre Manica. Al momento regge il vincolo Nato.

Ciclone euroscettico Unione da reinventare Purché democristiana

Chi vince in casa festeggia, si fanno i conti dei morti e dei feriti politici rimasti sul terreno di questa campagna elettorale ma cominciano contemporeaneamente i preparativi per la “grosse koalition” tra socialisti e democristiani che dovrà guidare l’Europa nei prossimi cinque anni. Mentre tutti dicono che i risultati sono ancora troppo provvisori per poter essere interpretati nel dettaglio, già parte la sfida tra il lussenburghese Jean Claude Juncker e il tedesco Martin Schulz per la presidenza della Commissione. Linee politiche condite da nazionalismi e da forti interessi di bottega.

Schermaglie aperte e non particolarmente eleganti: Jean Claude Juncker, pensando alla trattativa che comincerà da martedì, annuncia che “il Ppe è il primo partito e non si metterà in ginocchio” davanti ai socialisti per avere l’indispensabile appoggio alla sua candidatura. D’altro canto lo stesso Schulz afferma che cercherà una maggioranza che lo sosterrà, ma in realtà passa l’idea di costruire una “grosse koalition” alla tedesca: con guida popolare, ma punti di programma concordati con i socialisti. Ritorna, anzi, si conferma comunque e sempre le leadership tedesca sull’Europa. Infatti.

Il socialdemocratico tedesco, già dal palco dei primi commenti, elenca le tre condizioni necessarie: lotta contro la disoccupazione giovanile, guerra all’evasione fiscale, più controlli sulle banche. Meno rigore alla Merkel e più Stato sociale. “Siamo pronti a negoziare su queste basi”, afferma il tedesco. Il democristiano lussemburghese mette in guardia il Consiglio dalla tentazione di rilanciare la proposta di un candidato dei leader diverso dai cinque che hanno messo la faccia nella campagna elettorale. Tornare al passato dei burocrati alla Barroso decisi dalla lottizzazione tra i 28 governi.

 

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