• 19 Febbraio 2020

Un’auto per amico Nell’alcova a 4 ruote ormoni a tavoletta

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UnUn’auto per amico Nell’alcova a 4 ruote ormoni a tavoletta

Un’auto per amico Nell’alcova a 4 ruote ormoni a tavoletta. Libertà. Per quelli della mia generazione, classe 1964, la libertà a 14 anni era “chi vespa mangia la mela”. Che non voleva dire niente ma che ti faceva venire la voglia di colmare quella lunga terra di nessuno che a quattordici anni ti separa dai diciotto. Lunga per modo di dire perché poi, purtroppo, sarebbero volati via in un soffio. Mio padre non voleva assolutamente comprarmi il motorino, anzi la Vespa. Non tanto perché questa incidesse significativamente sul bilancio familiare quanto per la paura che mi accadesse qualcosa. All’epoca mi incazzavo come un ultrà. Adesso che mio figlio si avvicina ai 14 anni, capisco…

E poi, diciamoci la verità. Il motorino era un surrogato dell’automobile. Una sorta di metadone automobilistico. Perché quello era l’obiettivo. A sedici anni, il pressing ottenne un parziale successo. Riuscii ad ottenere un Boxer della Piaggio. Blu, con la sella lunga. Come moda comandava. Ricordo memorabili tramonti al giardino degli Aranci, all’Aventino. Con altrettante memorabili “pomiciate” con la fidanzata di allora.

 

Un'auto per amico Nell'alcova a 4 ruote ormoni a tavoletta

 

Pagherei chissà cosa per riprovare quel misto di libertà, sentirsi grande, spensierato e gustare quel dolce sapore di proibito che avevano quei baci. L’automobile, comunque, era alle porte. Patente da privatista presa alla motorizzazione. E mio padre che mi insegnava a guidare nei mesi precedenti. Tanta pazienza. E tanta incoscienza. Strade poco frequentate, piazzali. Per fortuna non è mai successo niente. Anche perché, a dirla tutta, me la cavavo bene.

Un talento innato. Facilitato da anni di osservazione di mio padre al volante e dalla bibbia di sempre, Quattroruote. Patentato, non fu mai facile avere in prestito l’auto paterna. Commisi l’errore di caldeggiare l’acquisto di una Lancia Delta prima serie. Bella, aerodinamica come un mattone nonostante la firma di Giugiaro e con un motore inevitabilmente sottomotorizzato, il 1.3, che metteva in seria crisi le mie esili finanze.

 

“Ma che ci devi fare con l’auto, dove vai?” Come far capire a mio padre che lei, la Delta, rappresentava la mia unica possibilità di avere un’alcova dove condividere tempeste ormonali con qualche mia coeva? Che poi, a dirla tutta, la Delta non è che fosse il massimo della comodità. Per abbassare il sedile aveva un manopolone duro che rendeva innaturali e drammaticamente lenti certi momenti… il rivestimento in velluto a quadratini, poi, non rendeva facili le cose.

Ad aggravare definitivamente la situazione, infine, il mega tunnel centrale che avrebbe reso difficile lo scavalco anche a Nino Castelnuovo nella sua pubblicità. E se questa non la capite, digitate su Google e fatevi una cultura.

 

Meglio, molto meglio, andò pochi mesi dopo, con la Fiat Uno con cui mio padre sostituì la Delta. La classe operaia, insomma, lasciava il paradiso e tornava con i piedi per terra. E da una parte, direi, finalmente. Difatti la Uno 45 bianca che prese, sempre su mio suggerimento, consumava poco o niente, ed era veramente “comodosa” come recitava la campagna pubblicitaria basata sulle vignette di Forattini. Una curiosità. Corre voce, e come tale la riporto, che a trovare il nome della Uno, sia stato Gianni Boncompagni. E che grazie a questa intuizione, abbia ulteriormente e notevolmente incrementato il suo patrimonio. Se così fosse, chapeau!

 

La Uno 45 era meravigliosa. Spaziale. Il lancio dell’auto era avvenuto a Cape Canaveral. In pompa magna. Era la Fiat di Ghidella, car guy mai a sufficienza ringraziato. Sua, fu l’intuizione di fare con un pianale auto diverse. Facendo guadagnare l’azienda e razionalizzando i costi. La Volkswagen ci sarebbe arrivata tanti anni, e piattaforme, dopo. Fiat Uno, dunque. Il suo sedile si ribaltava in un attimo. Non c’era un ingombrante tunnel centrale. Gli arredi interni, ridotti al minimo, qualcuno direbbe spogli, erano l’ideale. L’auto-alcova.

E fu un miracolo che non divenni padre intorno ai primi anni ’80. Il mio furore, automobilistico oltre che ormonale, mi portò a sperimentare diverse auto. Oltre che fidanzatine. E quindi ricordo con scarso piacere la Mini, dotata di sedili parzialmente ribaltabili che rispettava in pieno il detto “niente sesso siamo inglesi”.

 

Un'auto per amico Nell'alcova a 4 ruote ormoni a tavoletta

 

Leggermente meglio sulla 500L con i sedili ribaltabili, anche se eri costretto a posizione funamboliche incastrandoti tra il sedile posteriore e gli schienali anteriori. Non male il Maggiolino che, grazie al tetto bombato, anche in assenza di sedili ribaltabili, offriva eccellenti possibilità nelle retrovie…

Interessante la 2cavalli e la sorellina perbene Dyane. Il molleggio delle sospensioni rendeva quanto e più del famoso farlo su una lavatrice in centrifuga. Solo che se parcheggiavi al Gianicolo, di sera, pur avendo i vetri appannati, il dondolio visibile all’esterno rendeva inequivocabile quello che stavi facendo. E la possibilità che un agente di polizia venisse a bussare al finestrino, scorrevole, rendeva le cose molto imbarazzanti. Per fortuna che gli ardori giovanili, grazie anche all’inesperienza, rispettavano all’epoca le medie nazionali, scherzi a parte….

Ennio Remondino

Ennio Remondino

giornalista, già corrispondente estero Rai e inviato di guerra

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