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venerdì 18 Ottobre 2019

La raffica elettorale
che in molti Paesi
uccide la democrazia

Democrazia, dal greco δῆμος – démos – popolo, e da κράτος – cràtos – potere.  Governo del popolo, sistema  in cui la sovranità è esercitata dall’insieme dei cittadini.   La democrazia della forma che esplode in queste settimane in Paesi decisamente in crisi di democrazia realizzata, se non addirittura in guerra. Lungo rosario di appuntamenti […]

Democrazia, dal greco δῆμος – démos – popolo, e da κράτος – cràtos – potere. 

Governo del popolo, sistema  in cui la sovranità è esercitata dall’insieme dei cittadini.

 

La democrazia della forma che esplode in queste settimane in Paesi decisamente in crisi di democrazia realizzata, se non addirittura in guerra. Lungo rosario di appuntamenti popolari alle urne dove, quando bene accade, si sceglie il meno peggio. In alcune circostanze estreme, può accadere che il risultato possa prescindere dal voto. Ma la liturgia elettorale è “Messa cantata”, dove gli atti di fede richiesti sono davvero assoluti. Sintesi da sommario, escluse le nostre elezioni europee del 25: nell’India dei tempi infiniti (come sanno bene i due Marò) si sta votando da settimane e si finirà soltanto il 12. Questo domenica, giorno 11, referendum federalista nell’Ucraina filorussa dell’est. Due settimane dopo -guerra permettendo- voterà tutta l’Ucraina per il nuovo Parlamento e il Presidente, rimossi dalla Maidan. Il giorno dopo sarà l’Egitto a spogliare il generale al Sisi in abiti borghesi presidenziali. In Siria dovranno aspettare il 3 giugno per un Assad scontato vecchio e nuovo presidente.

 

Seguiamo l’ordine del calendario e andiamo a curiosare tra varie forme di partecipazione popolare sovente molto lontane dalla democrazia. Gli attivisti filorussi di Donetsk e dell’est dell’Ucraina non intendono rinviare il referendum sull’indipendenza della regione previsto per l’11 maggio. L’appello fatto loro dal presidente russo Vladimir Putin cade nel vuoto. Se con questa mossa Putin aveva in mente di prendere pubblicamente le distanze dal referendum, facendone ricadere la responsabilità esclusivamente sui separatisti, ha ottenuto ciò che voleva. Ma sono in pochi a credere che i filorussi dell’Ucraina orientale abbiano espresso un dissenso così deciso e aperto senza aver concordato con il Cremlino questa strategia. Questa è sostanzialmente la posizione sospettosa e in parte strumentale che viene da Washington, ovviamente dai nazionalisti di Kiev e -con toni incerti- da una vacua Europa pre-elettorale che gli indirizzi di politica estera a Bruxelles li riceve dal comando Nato.

 

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Ma adesso cambiamo continente. Un Paese talmente vasto e variegato da essere considerato un sub-continente. L’India dove si sta votando dal 7 aprile e si terminerà solo il 12 maggio. Unico elemento unitario di queste elezioni indiane, definite come il più grande voto democratico al mondo con 814 milioni di cittadini elettori, è il generale senso d’insoddisfazione per il recente passato politico del Paese. Quindi tensione nei confronti della dinastia politica dei Ghandi e del partito del Congresso Nazionale, sino a ieri forza di maggioranza. “Polso della situazione” assente. Del resto, con 28 Stati federati, 6 territori dell’Unione più quello della capitale Nuova Dehli, sarebbe difficile immaginare una realtà omogenea, non solo a livello sociale e etnico, ma anche sul piano politico. Malcontento verso il governo per disoccupazione, corruzione, terrorismo e povertà, segnali preoccupanti per una superpotenza con la bomba atomica ma disarmata di fronte ad inammissibili diseguaglianze interne.

 

Segnale di chiaro dissenso è arrivato, nella campagna elettorale, dai numerosi sondaggi che in diversi Stati hanno indicato una preferenza di 3 a 1 per il principale partito di opposizione guidato dal controverso Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party, il Partito Popolare indiano, una formazione della destra hindu con espressioni politiche e organizzative di nazionalismo esasperato. Molto poco rassicurante. Sull’andamento di queste elezioni preme la diffusa sensazione che il regno dei Ghandi stia per giungere a termine, con un nome che sta perdendo il suo appeal storico su larga parte della popolazione giovane che non ha vissuto l’assassinio di Indira e di Rajiv. Primi segnali di grande incertezza il dicembre scorso con le elezioni per l’assemblea regionale di Nuova Dehli, in cui è emerso un nuovo movimento, l’Aam Aadmi Party, testualmente il partito dell’uomo qualunque che qualcuno ha voluto paragonare all’italiano Movimento Cinque Stelle. India dal futuro incerto.

 

voto india sito

 

Una delle assurdità ucraine è l’antinomia tra elezioni e guerra. E non è la sola. Negli schieramenti da neo Guerra Fredda si violenta anche il linguaggio e il significato delle parole. L’attuale governo di Kiev, prodotto di una rivolta di piazza molto ben sostenuta dall’esterno ha rimosso con la violenza Parlamento e un Presidente regolarmente eletti. Erano Brutti e Cattivi? Per Stati Uniti ed Europa la rivolta non ‘Colpo di Stato’ e i suoi protagonisti vengono decorati da ‘liberatori’. Ovviamente, con questa logica, diventano golpisti i ribelli filorussi che spingono per un maggiore federalismo. Simbolo della strumentalità linguistica, il rogo della Casa dei Sindacati a Odessa. Quasi 50 morti bruciati per linciaggio che molta stampa ha derubricato a incidente, uno dei tanti episodi di una “guerra civile non ancora tale”. Una strage premeditata nel silenzio delle cancellerie di USA e UE. Nessun credito possibile alle elezioni in trincea che Kiev, Usa e Ue tentano di imporre il 25 maggio.

 

È questa l’Ucraina sognata da alcuni al punto da volerla in Europa? Si può votare liberamente con i morti sotto casa? Ricordi personali di certe elezioni jugoslave, esecrate allora dagli stessi che applaudono oggi. Ma non c’è da aspettarsi alcun ripensamento di buon senso, rinvio, mediazione. Un pezzo di Ucraina vuole vincere tutto e subito per non dover pagare pegno su quanto realmente accaduto. Formalmente il duello elettorale è limitato tra i due principali partiti antirussi. Il 29 marzo la Commissione Elettorale Centrale ha registrato 26 candidature, ma due soltanto sono i concorrenti veri: l’oligarca arancione Petro Poroshenko e l’ex-Premier Yulia Tymoshenko. Il ‘Paperone Arancione’, che rischia di vincere e promette l’integrazione dell’Ucraina in Europa nel 2025. La ex Premier, candidata imbarazzante per molte cancellerie per i suoi trascorsi, svala più apertamente la strategia della sua parte politica. Per l’Ucraina pensata da Yulia, prima dell’Ue viene la Nato.

 

voto egitto 600 sito

 

In Egitto si voterà di lunedì e martedì, almeno qualcosa di originale rispetto ad elezioni dal risultato scontato. Due soli i candidati e il generale Abdel Fattah Al Sisi vincitore certo. L’ennesimo generale presidente da Nasser a Sadat, Mubarak salvo la breve parentesi Morsi. Concorrente testimone di forma democratica, Hamdeen Sabbahi di non diffusi meriti almeno per le notizie note in occidente. Situazione estremamente tesa sul fonte della sicurezza nel nord del Paese e nel Sinai. Anche per questo è stata riavviata la collaborazione economica fra Washington e Il Cairo. Gli Stati Uniti hanno in parte ritirato il blocco degli aiuti imposto all’Egitto dopo il colpo di Stato e la deposizione dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi. Aiuti economici ma non soltanto. La Difesa statunitense ha reso noto che gli Stati Uniti consegneranno gli elicotteri Apache ordinati dall’Egitto la cui consegna era stata bloccata. Gli elicotteri verranno utilizzati nella lotta al terrorismo con un occhio a Gaza.

 

Ultima e più assurda elezione usata come arma all’interno di una guerra civile, il voto del 3 giugno in Siria per un terzo mandato a Bashar al Assad. Nessuno può credere che quelle in Siria saranno vere elezioni politiche. Nessuno -ad essere sinceri- può mai aver considerato qualsiasi elezione in Siria come una scelta libera e democratica di un governo da parte della maggioranza della popolazione di uno Stato. Ed ecco che le reazioni delle cancellerie internazionali, che hanno bollato come “farsa” l’annuncio del voto, suonano false ed ipocrite. Elezioni scontate? Certo, ma di rilevanza politica per Assad oltre il risultato. Primo, si ribadisce che il regime ha ancora la potestà governativa sul territorio. Secondo, le elezioni, nonostante il conflitto, servono a dare sostegno alle affermazioni di Assad secondo cui in Siria non c’è stata rivolta popolare ma terrorismo. Infine, celebrazione della vittoria militare forse vicina e una chiamata a raccolta dei sostenitori del regime.

 

vito siria

 

Ultimo corollario di questa lunga pagine elettorale da mezzo mondo, ancora la guerra in corso giunta ormai al suo terzo anno. 1) Il presidente Bashar Assad non ha ancora perso. 2) Al Qaeda potrebbe anche vincere. 3) Perdente sicuro in quanto irrilevante, l’Occidente. All’interno della Siria i veri sconfitti sono stati i rappresentanti della cosiddetta opposizione laica, o meglio le varie fazioni che hanno cercato con alterne fortune di coalizzarsi. Ci sono riusciti solo nel nome: Coalizione Nazionale Siriana, talmente disunita da non riuscire a esprimere un delegato unitario credibile per la pur velleitaria trattativa di pace a Ginevra. Politici segnati dagli opportunismi e generali o incapaci o felloni. Risultato attuale, la follia di tre anni di guerra con eccidi e distruzioni non ancora verificate nella loro mostruosa dimensione che apparentemente propongono come frutto acerbo di “primavere” velleitarie, solo l’aumento di jihad radicale e incontrollabile sempre più vicina a casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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