Accordo Hamas-Fatah
L’unità palestinese
e i suoi troppi nemici

-tanque-palestina 800

 

Nell’incontro del 6 maggio e come gesto di distensione Meshaal annunci l’arrivo nella Striscia di Gaza di 3 mila poliziotti dell’Autorità Nazionale Palestinese che si uniranno a quelli di Hamas e riprenderà la distribuzione del quotidiano Al Quds della Cisgiordania, introvabile da sette anni.

Il movimento islamico dopo un 2012 di grandi successi di parte, si presenta al confronto interno palestinese con difficoltà politiche per la scvonfitta dell’islam politico in Medio Oriente, l’indebolimento dei suoi storici alleati Egitto e Turchia e le difficoltà dello stesso Qatar nel Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Dall’altra parte l’ANP e Fatah sono di fatto delegittimati all’interno per la trattativa infruttuosa con la controparte israeliana sempre più decisa a non cedere di un passo.

 

Nell’Accordo di Gaza e non si prevedono tempi e meccanismi per lo svolgimento delle elezioni, non sono definiti i poteri di Parlamento e Governo né il ruolo e i poteri della Palestinian Liberation Organizzation, l’OLP.

Manca quindi una strategia comune che Hamas e Fatah non hanno ancora presentato.

Resta al momento la sola “unità d’intenti” che è ciò che aspetta e vuole la popolazione, anche se senza i punti precedenti, la buone intenzioni da sole non bastano.

Comunque, in prospettiva l’accorso sembra puntare ad una leadership forte con una strategia politica condivisibile e decisa.

E una riconciliazione fra le due maggiori componenti popolari. Non una cosa da poco visto i precedenti. Ecco un po’ di storia.

 

Le infinite fratture politiche in casa palestinese.

Si deve tornare indietro al 2006 quando il movimento islamico Hamas vince le elezioni ponendo fine al monopolio politico di Fatah che durava da decenni.

Primo Ministro è nominato un esponente di Hamas, Ismail Haniyeh.

La vittoria del movimento islamico scatena sanzioni di USA, EU e loro alleati, sospensione dell’aiuto finanziario arabo, aumento degli attacchi israeliani nella Striscia, blocco delle frontiere da parte dell’Egitto che chiude il valico di Rafah mentre Israele sigilla quello di Eretz verso la Cisgiordania.

Haniyeh non riesce a formare il Governo di unità nazionale per il disaccordo sul Comando dell’apparato militare.

 

Dall’altra parte ANP e Fatah -i grandi sconfitti delle elezioni- sopportano le incursioni israeliane, una colonizzazione senza tregua, delegittimazione politica in sede internazionale e malessere interno per scandali, corruzione, inadeguatezza di una leadership acusata di essere arrendevole e sull’orlo del tracollo finanziario anche perché Israele congela il versamento di tasse e dazi spettanti all’ANP.

Nel mezzo sta la popolazione divisa fra Gaza e Cisgiordania, frammentata in enclavi circondati da check point e dal Muro di separazione di 740 km che erode significative porzioni di terra palestinese.

 

Scontri interni e l’operazione ‘Cast Lead’

L’ultimo e il più clamoroso fallimento, nel marzo 2007 quando il Governo di unità nazionale dura solo tre mesi perché non si raggiunge l’accordo sull’esponente politico che avrebbe guidato il comparto di sicurezza. Certamente influiscono ingerenze esterne.

Ed ecco l’esempio più clamoroso di questi interessamenti attivi.

Israele, USA ed EU lavorano con Egitto e Giordania per appoggiare l’apparato di Fatah puntando a rovesciare Hamas a Gaza. Lo rivela l’emittente Al Jezzera che porta documenti anche sui milioni di dollari investiti nel piano gestito dal Coordinatore della sicurezza USA generale Keith Dayton.

Nel frattempo Hamas aumenta numero e obiettivi delle sue Forze di sicurezza in gara von i vistosi potenziamenti in quella di Fatah.

Ne derivano scontri tra i due apparati soprattutto in Cisgiordania.

 

Il Governo di unità nazionale viene sciolto da Abbas che annuncia lo stato d’emergenza, dimette Haniyeh e nomina Premier Salam Fayyad, tecnocrate con lunga esperienza negli USA.

Le due formazioni si rendono responsabili di arresti, torture, uccisioni in una fase in cui Israele innalza il livello di assedio a Gaza. Operazione ‘Cast Lead’ che, dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, causa 1285 morti fra cui 895 civili, più di 4mila feriti e distruzioni infinite.

Ma sulla scia delle “Primavere arabe” Hamas gode nel 2011 e 2012 della protezione dell’Egitto con la vittoria dei Fratelli Musulmani e del loro Presidente Morsi, di Turchia e Qatar, fino al colpo di stato del luglio 2013 che depone e arresta l’intera leadership dei Fratelli Musulmani, dichiara la Confraternita e Hamas organizzazioni terroriste, e sigilla il valico di Rafah con la striscia di Gaza.

 

La situazione oggi tra molte incertezze

L’Accordo del 23 aprile nasce in questo difficile contesto. Ed ecco cosa prevede.

1) formazione di un Governo tecnico in 5 settimane;

2) elezioni legislative e amministrative entro 6 mesi;

3) riforma della OLP per includervi Hamas e le altre organizzazioni islamiche.

Mancano i punti cruciali. Ad esempio il ruolo da svolgere nei negoziati con Israele e non viene menziona la lacerante questione sul diritto al ritorno dei profughi.

Nonostante l’esilità dell’accordo interno palestinese, USA e Israele accusano l’ANP di minare il “processo di pace” per l’alleanza con un gruppo terrorista.

Israele sospende il versamento di tasse a dazi raccolti per conto dell’ANP, accusa Hamas di programmare un altro olocausto e congela i progetti edilizi palestinesi in Cisgiordania.

 

Abbastanza difficile che l’incontro in Qatar possa portare a buon esito la riconciliazione inter-palestinese, primo tassello per risolvere il conflitto israelo-palestinese che dura da 66 anni.

Di fatto è in corso la sospensione unilaterale dei negoziati da parte di Stati Uniti ed Israele.

E il colpo definitivo lo aveva dato qualche giorno prima Tel Aviv, rifiutando il rilascio dell’ultimo gruppo di prigionieri palestinesi, come da accordi precedentemente presi.

La reazione del Premier Netanyhau, per il quale Abbas deve scegliere se dialogare con Israele o con Hamas, appare un pretesto per porre fine ad un processo di pace scomodo che sul piano interno crea molti problemi politici all’esecutivo, incalzato dall’ala intransigente che lascia poco margine di manovra per le concessioni al tavolo delle trattative.

 

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